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venerdì 23 febbraio 2018

Bambini e Università

Chi mi conosce sa che non mi spiace l'idea dell'estinzione volontaria della specie. Se mi mettete in una stanza con un cagnolino ed un bambino io corro subito dal primo (è successo davvero, per la cronaca, ed era un delizioso cucciolo di beagle). Se mi date un neonato in braccio io sono così:


Foto del post da qui

In un mondo ideale, se domani le parole della Lorenzin facessero centro e il mio orologio biologico prendesse a ticchettare all'impazzata, io potrei decidere di sfornare tonnellate di bambini (e qui già vedo il mio compagno sudare freddo e uscire per comprare il currywurst e non tornare mai più).

Invece, la cosa non può succedere.

E voi direte, perchè? Ho il culo di essere una donna etero cisgender in età giusta con compagno etero cisgender in età giusta, salvo sfighe tutto dovrebbe filare liscio no?

No. Perché di lavoro faccio l'accademica. E, come disse una mia collega azzeccando in pieno, l'accademia è il miglio anticoncezionale di sempre. Altro che pillola, preservativo, o crocks: il modo migliore per non fare figli è stare in università.

Non perché uccida la passione (cioè, in alcuni casi, anche. Provate voi dopo aver letto libri sui Gesuiti in Giappone per sei ore). E' perché non ti da il tempo di farti una famiglia.

Pur ammettendo che una persona non perda neanche un anno di percorso, ci vuole di laurearsi, specialistica, entrare in un programma di dottorato, dai tre ai sette anni per finire il dottorato, poi pubblicare un libro, poi fare un sei sette anni di postdoc in cui viaggiare ed andare a più conferenze possibili, pubblicare un altro libro, e poi finalmente (FORSE) il lavoro fisso. Io conosco persone che hanno aspettato di finire tutto ciò e hanno avuto figli a 45 anni, ma capiamo che tanti vorrebbero spingere il passeggino prima che gli venga l'artrosi. 

E voi direte, e ma quanta fatica, pure mia zia è precaria e lavora molto, ma i figli li ha fatti. E poi gli accademici non ce l'hanno la maternità?

Ni. Perché poniamo che tu abbia effettivamente la fortuna di vivere in un sistema che ti faccia stare a casa in maternità (non gli USA, quindi), questo non impedisce che tu abbia un buco ENORME sul curriculum. Lavorare in università è un mondo orrendo e competitivo, in cui ci sono più persone che posti disponibili. Devi quindi dimostrare di lavorare più degli altri. In particolare, pubblicando. Pubblicando moltissimo. 

Non importa se tu hai avuto cinque figli: se non pubblichi cinque articoli nello stesso tempo in cui il tuo collega single li ha pubblicati, non passerai il concorso. Se non vai a cinque conferenze all'anno come il tuo collega single, non avrai modo di conoscere la gente che ti potrebbe offrire un lavoro. 

Oltretutto, l'accademia è spesso un posto per workaholic. Ultimamente il mio Twitter feed era incendiato da commenti sul fatto che i professori dicono ai dottorandi di lavorare minimo 60 ore a settimana. Ovviamente è una follia e molta gente non lo fa (neanche io, per dire). Ma molta, invece, si'. E mentre cerchi di pubblicare pure la lista della spesa, ti senti sempre in colpa a pensare al collega che ha un materasso gonfiabile per dormire in ufficio e a quella che si è recentemente detta contenta dell'arrivo delle vacanze perché "così mi chiudo in casa da sola e scrivo".

Per dire, io ho fatto morire pure un pino, figurati trovare il tempo di annaffiare un bambino. 

Nel mio percorso universitario ho avuto molte professoresse donne, ma poche avevano figli. Quelle che li avevano erano di solito molto anziane e avevano trovato lavoro quando era meno competitivo. Senza pensarci, ho sempre dato per scontato che fosse una scelta obbligata: se vuoi lavorare in accademia non devi avere una famiglia, e a me è sempre andato bene così. Ma non va bene, è una delle ragioni per cui c'è una disparità tra uomini e donne in molti dipartimenti. Gli uomini continuano perché tanto alla prole ci pensa la moglie, le donne trovano un altro lavoro. 


Poi, però, ho iniziato a conoscere persone che si meritano pacchi Amazon della mia stima e che sono riuscite a fare tutto. Donne che vanno a conferenze incinta di sette mesi e che hanno scritto la tesi di dottorato con neonati di sei mesi a carico. Donne che mettono a letto i figli e si mettono a scrivere. Donne che lavorano a centinaia km di distanza da compagni e figli e passano ore in macchina o sui treni o sugli aerei, e che parte della settimana vivono lontane dalla famiglia. Se contiamo che gli accademici si accoppiano sempre con altri accademici perché sono ugualmente noiosi è più facile incontrarli, sappiamo che quasi nessuna di queste donne ha un marito piazzato e benestante che la aiuti. 

E' giusto tutto ciò? No, non lo è. Non lo è perché malgrado queste persone siano delle Wonderwoman senza tutina ma con innumerevoli titoli di studio, le stesse possibilità dovrebbero essere date a tutti. So di essere molto radicale, ma penso che una persona debba essere in grado di poter avere una famiglia E lavorare quaranta (solo quaranta) ore in università E magari pure dormire otto ore per notte mangiare a intervalli regolari e lavarsi SENZA essere Wonderwoman. 

Da quando sono arrivata in Germania, però, ho visto cose che mi piacciono. Per prima cosa c'è una cosa meravigliosa che andrebbe estesa a tutto il mondo: il congedo paternità. Se sta a casa sei mesi la mamma, sta a casa sei mesi anche il papà. Certo, la natura matrigna ha voluto fossimo noi donne a doverci sorbire smagliature, allattamenti, e tutte le orrende conseguenze di avere un utero: però gli uomini sono comunque in grado di cambiare pannolini o fare bagnetti. Pure quelli che non hanno un dottorato, figuriamoci quelli che ce l'hanno. 

Così ho visto coppie di accademici dividersi i compiti al 50% e ridurre quel rischio classico del professore che fa carriera mentre la moglie di uguale intelligenza sacrifica il posto in università per stare a casa frustratissima a leggere l'Ariosto ai figli, che poi cresceranno e voteranno Salvini. In più questo fa si che entrambi i genitori parlino per il 50% del tempo di cose interessanti e per il 50% di cacca, invece di fare come quelle coppie tristissime in cui l'uomo continua a parlare degli argomenti più svariati e la donna non riesce più a fare nessuna conversazione che vada oltre Peppa Pig perché passa tutte le sue giornate con un duemesenne.

(che oh, ci sono tantissime donne a cui questa divisione dei lavori piace perché amano gli omogeneizzati e odiano gli adulti -come dargli torto, poi -ma sto parlando di gente che è costretta a fare queste scelte)

E nessuno dove lavoro io chiede alle donne nei colloqui se hanno intenzione di avere figli, ma in compenso è successo che qualche uomo chiedesse di iniziare il lavoro qualche mese dopo per il congedo paternità. 

Poi, ho visto gente mettersi sul curriculum un periodo di Elternzeit, ovvero congedo parentale. Il che in pratica potrebbe non cambiare moltissimo -se non hai abbastanza pubblicazioni non avrai un lavoro, e cavoli tuoi - ma mi sembra un primo passo verso l'essere meno bambinofobi in accademia.

E ho anche visto molta gente all'occorrenza portarsi i figli in ufficio, dove c'è tutto l'occorrente per cambiarli e dargli da mangiare e intrattenerli. Portarli in giro alle conferenze.  E qui io ho sentimenti contrastanti: se da una parte avere intorno dei bambini mi rende felice e rilassata come stare nelle sabbie mobili circondata dai piraña, dall'altra mi sembra una cosa bellissima per la gender equality. 

Oltretutto, girare con colleghi figliomuniti è perfetto per il networking: un sacco di professori importanti si fermano a lanciare un sorriso al pupattolo, e tu -zac! -gli piazzi in mano il tuo ultimo articolo per avere un parere. A meno che il professore importante sia una persona insensibile come, per esempio, me. Certo, crescendo questi bambini probabilmente diventeranno dei disadattati come Sheldon Cooper e giocheranno con figurine di Shakespeare invece che i playmobil, ma preoccupiamoci di una cosa alla volta. 


Così, una volta ero ad una conferenza con due colleghi e il loro bambino di sei mesi. Ad un certo punto lei ha preso a lamentarsi
"Ecco, è dovuta venire anche mia madre per tenere il bambino mentre noi presentiamo. E l'università non ha rimborsato nulla. Quando allattavo le pagavano sia il viaggio che l'albergo. Ora che ho smesso di allattare non più, ma è inconcepibile perché non sono cavoli dell'amministrazione se allatto. E mi offrono si dei soldi per pagare una babysitter e lasciare il bambino a casa, ma certo non lo lascio da solo quattro giorni così piccolo"

Mentre tutti i colleghi tedeschi facevano "ja ja" con la testa, io sono rimasta con gli occhi pallati. La collega ha ragione a lamentarsi, però una cosa sola mi è rimasta impressa nella mente:
L'università da qualche forma di supporto per i bambini durante le conferenze?
In molti posti molte volte manco pagano il viaggio al ricercatore che deve presentare, figurati a sua mamma. 

E quindi niente, nella mia mente ho aggiunto un cuoricino vicino alla voce "Germania", che non sarà perfetta, ma qualche passetto inizia a farlo. 

Ciò non toglie che ehi, i bambini sono molto più puzzolenti dei gatti e danno la metà delle soddisfazioni perché non sono pelosi (ciò lo scrivo soprattutto per tranquillizzare il mio compagno che a questo punto del post sarà svenuto)


Per gli amici lettori: non è che le università siano uguali ovunque, io mi baso soprattutto sulla mia esperienza in America e Germania. Se voi siete accedemici e avete otto figli (ma meno di quarantacinque anni, e nessun genitore/fratello/marito/migliore amico che vi mantiene e vi ha regalato un posto di lavoro) vorrei tantissimo sapere come fate.




martedì 13 febbraio 2018

Karneval

Wolfgang Raderbauer è eccitato e nervoso. Per la prima volta nei suoi tredici anni di vita potrà andare al Rosenmontag, il giorno più eccitante del Carnevale, senza i genitori. Invita gli amici Jens e Ulf e iniziano a prepararsi per il Carnevale nella taverna.

Ulf, che fa la terza media e pesa novantacinque chili, si veste da Ninfa del Reno. Jens, che è di costituzione corporea quadrata, non ha collo, e ha uno sguardo perennemente incazzato, si veste da unicorno Pummel. Questo perchè hanno pienamente compreso la funzione antropologica del Carnevale: sovvertire l'ordine sociale. Vestirsi da ciò che non si sarà mai. Il vecchio si veste da giovane, il povero da ricco, l'uomo da donna, il Tedesco da persona festaiola che fa caciara.

Wolfgang, invece, pensa che il Carnevale serva per rafforzare i ruoli sociali, per aiutare a tracciare la strada verso il futuro. Cosi' si veste da uomo rubizzo con i sandali e le calze che di lavoro fa il burocrate. E, per completare il costume, apre una birra presa dal frigo di casa e la offre ai due amici. 

Mentre sorseggiano la birra aspettando che arrivi il momento di uscire, Wolfgang, Jens, e Ulf ascoltano delle canzoni che li mettano nel mood giusto.

La prima è Was wollen wir trinken, che sembra una ballata medievale che parla di cavalieri ed imprese eroiche, ma parla in realtà di gente che beve per sette giorni di seguito ed è perciò un inno del Carnevale (che dura, però, ben più di sette giorni: a Dusseldorf inizia l'11 Novembre, per dire)

La seconda è Aber Bitte mit Sahne, una canzoncina allegra che parla di quattro donne che, dopo aver mangiato molte torte, muoiono. Wolfgang, Ulf, e Jens ridono di gusto perché questo è il tipo di umorismo che gli piace.

La terza è Griechischer Wein, dello stesso autore della canzone di prima.  Con una musica che assomiglia vagamente al Sirtaki, la canzone parla di Greci emigrati in Germania che sono nostalgici e bevono il vino greco. Nonostante sia un tristissimo inno di tutti noi expat che viviamo a Mordor calandoci di pasticche di Vitamina D, i tre ragazzi ridono perché parla di vino e di Grecia e così pensano alle vacanze.

Dopo aver ascoltato le canzoni, escono di casa per seguire la parata di Rosenmontag. Jens e Ulf si infilano nella gonnella da ninfa e nella tutona da Pummel numerose lattine di birra. Wolfgang prende il carretto che i suoi genitori di solito usano per trascinare in giro la sorellina Ottilie e lo riempie di bottiglie di birra Fiege.

In città c'è fermento e gioia. Grandi e piccini ballano e cantano aspettando la parata, lanciando coriandoli, e bevendo birre. Ci sono persone vestite da drago, da topi e pezzi di formaggio, da principi e antichi Romani. 




Alcuni sono perfino vestiti da coltivatori diretti della Renania Palatinato (per quanto è quasi impossibile stabilire se questi ultimi siano mascherati oppure no)


Inizia la parata, e ogni carro ha un diverso tema. C'è la barca dei pirati e il castello. Ci sono i Romani e i Vichinghi. C'è Vladimir Putin e Donald Trump, perchè il Carnevale è anche ricordarci che il mondo al di fuori della satira può essere orrendo. 





E c'è anche il Signore degli Anelli, che a Mordor si trova benissimo.



C'è pure Karl Marx, che adorerebbe essere ancora vivo per potersi ubriacare al Rosenmontag vestito da povero che lavora davvero.


Da ogni carro vengono lanciate le kamelle, dolcetti di ogni foggia e gusto, e anche piccoli giocattoli di plastica. E' quasi impossibile, tuttavia, distinguere le caramelle dai giocattoli dopo averli assaggiati. 

C'è musica e allegria, e i tre amici ballano felici bevendo le loro birre. La loro goia, però, non dura tantissimo: mentre Jens e Ulf, grazie alla stazza, resistono bene l'alcol, il minuto Wolfgang a breve è talmente ubriaco che il suo costume si muta da Tedesco che fa Festa a Tedesco che Vomita Molto. Frau Biene, la loro insegnante di matematica che balla su un carro vestita da ape assieme al marito vestito da apicoltore, si accorge di Wolfgang. Lo fa notare al marito che, sollevandolo con una mano, lo trascina fino a casa e lo deposita sullo zerbino dei Raderbauer.

Appena finisce di star male, Wolfgang indossa i suoi panni da Tedesco Mortificato ed affronta i genitori.
"Ci hai deluso" inizia Herr Raderbauer
"Moltissimo" fa eco Frau Raderbauer
"Ma... Mutti, Vati, che cosa vi aspettavate? Mi avete visto uscire con il carretto di Ottilie pieno di Fiege... pensavate che mi fossi vestito da Tedesco che fa la Carità e le distribuissi in giro?"
Herr e Frau Raderbauer scuotono la testa con disappunto e lo mandano nella sua stanza, senza cena (non che tra birra e caramelle alla plastica Wolfgang si senta di ingerire nulla)

"Che delusione" sospira di nuovo Frau Raderbauer, quando sente la porta della camera del figlio chiudersi
"Già" dice Herr Raderbauer "Io alla sua età, mai e poi mai sarei stato così male dopo solo qualche birretta"
Si scambiano però un mezzo sorriso. Il piccolo Wolfgang, pian piano, sta diventando un adulto.





(Storia inventata sulla base di storie raccontate da tedeschi... ogni riferimento a fatti, cose e persone realmente esistenti è puramente casuale) 



sabato 3 febbraio 2018

La coppetta: (disgustosa) parte seconda

Un po' di tempo fa avevo scritto un post disgustoso sulla coppetta mestruale.
Questo è il seguito, sconsigliato per gli stomaci delicati ma CONSIGLIATISSIMO per gli uomini che ancora credono ci sia un qualche vantaggio nell'essere donna.

Prologo: dopo aver comprato una coppetta a caso scopro che inserirla e toglierla è facile e divertente come fare lo scalpo al tuo nemico invasore delle tue terre, e di conseguenza vado a comprare dei tampax al grido di "A morte l'ambiente! Inquiniamo! Il cambiamento climatico è fake news!"

Poi però la me stessa ipocondriaca ha iniziato a dire: ecco, ho un apparato riproduttivo difettoso
La me stessa perfezionista ha ribadito: ecco, ho un dottorato e manco so mettermi una coppetta.

Quindi al grido di "Ho un dottorato e quindi devo essere in grado di mettermi stacazzo di coppetta!" ho ripreso ad usarla.
Ancora non capisco come sia possibile usarla al lavoro senza far credere ai colleghi che nel tempo libero ammazzi i gattini cuccioli, ma mi sono resa conto che possa effettivamente essere comoda in alcune occasioni.

Solo che mi sono anche resa conto che quella che avevo comprato io (Meluna) probabilmente non va bene per me.
Questo perché, mentre gli assorbenti sono semplicissimi da comprare grazie alle pratiche goccine sulla confezione dell'intensità del ciclo, la coppetta può variare a seconda del modello. Una ti chiede quanto sei alta, una se hai avuto figli, una se vai a cavallo, quell'altra se sei scorpione ascendente acquario, l'altra ancora se hai un dottorato. Una marca ha due taglie, un'altra ne ha 57 inclusa quella con i glitter che si illuminano con la luce strobo della discoteca.
Quindi, come fare a trovare quella giusta?

La risposta è quella che va bene per quasi tutte le domande sui dubbi della vita: Internet.


Visto che il post è disgustoso metto foto di Roberto Bolle che è bellissimo

Così ho aperto Facebook e mi sono iscritta a tutta una serie di pagine sulle coppette in varie lingue (di cui non metterò nomi perché non voglio umiliare nessuno)
Alcune sono pagine simpatiche che caricano video di donne che parlano della propria vagina, mentre altre sono delle società pseudo massoniche in cui devi sostenere un test d'ingresso e leggerti le istruzioni manco siano un mobile dell'IKEA. Queste ultime sono anche governate da delle Signorine Rottermeier che ti imbruttiscono se fai una domanda scema o se non hai letto bene le istruzioni, e talvolta ti censurano i post se quello che hai chiesto è ridondante.
Va da se che la mia fondamentale domanda "Come posso lavarla in ufficio senza che mi si accusi di aver ucciso io i piccioni dal terrazzo?" non ho mai avuto il coraggio di scriverla.

Queste pagine Facebook contengono un post iniziale di informazioni che è lungo più o meno come la mia tesi di dottorato, ma di molta meno facile lettura. In questo post ti spiegano come capire quali sono le dimensioni della tua vagina, cervice, e altre parti del corpo che io, che ho sempre avuto schifo di "Esplorando il Corpo Umano", manco sapevo di avere. 
E qui ho avuto la prima terrificante rivelazione: per anni ho pensato che LA SOLA cosa vantaggiosa dell'essere una donna fosse che almeno noi negli spogliatoi delle palestre non abbiamo quella pressione sociale nel mostrare le dimensioni dei nostri organi genitali (ed eventualmente sfigurare e dover smettere di andare al corso di nuoto)
E invece NO! Presto le ragazzine prenderanno a dirsi "oh ma io ho la cervice a tre falangi!" "cosa??? Io due! Ho sentito Pierina solo uno!"
Perché voi pensate che io scherzi, ma in sti gruppi Facebook la gente scrive ste cose.

Infatti, la logica delle pagine Facebook è che la nuova arrivata si fa dei test di autovalutazione dei propri organi riproduttivi, poi lo scrive sul gruppo, e le Signorine Rottermeier le dicono che coppetta deve comprare.

E io qui non faccio a meno di pensare a Mark Zuckerberg che tutti i giorni apre la pagina "Coppetta Love Love" per andare a guardarsi le dimensioni della vagina di Giovannina Smazzacolli.



E non è tutto: oltre alle dimensioni bisogna pure autovalutarsi il pavimento pelvico.
Ora, per me che odio sapere cose sul mio corpo e solo a vedere l'omino di plastica con gli organi a vista del corso di scienza vomito, il pavimento era solo quello su cui poso il piedino e che a volte pulisco. 
Invece apparentemente noi abbiamo un pavimento pelvico che finché si è giovani e belle tiene, ma dopo una certa età E SOPRATUTTO una gravidanza nulla, tutto va perduto. Leggendo così i racconti orripilanti di tutte le persone che scrivono sui gruppi della coppetta ho iniziato a comprendere appieno perché Madonna e Angelina Jolie vanno a comprarsi i figli in Africa invece che farli loro. 

Di conseguenza, ora mi immagino Mark Zuckerberg che si legge con interesse come Giovannina Smazzacolli si fa pipì addosso ogni volta che ride (e qui comprendiamo anche perché ci sono persone sempre così imbronciate)

Le Signorine Rottermeier della coppetta ti dispensano anche preziosi consigli medici sulle emorroidi, la costipazione, le cicatrici da parto, e tutte le altre cose orrende che queste povere anime del gruppo scrivono. E ogni volta che Giovannina Smazzacolli scrive "Ho la cervice una falange", una Signorina Rottermeier risponde "Davvero? No guarda, a me sembra troppo bassa". E io, che manco ho capito cos'è la cervice (e di sicuro non so come si pronuncia) perché ho schiacciato "accetta" senza leggere le istruzioni e non so neanche se ne ho una davvero, inizio a diventare ipocondriaca e dirmi "Oh no, magari è una malattia che ho pure io, magari mo muoio perché non ho dato abbastanza cera al mio pavimento pelvico"

Recuperata un attimo di razionalità, mi sono fatta una importante domanda: perché io dovrei andare a raccontare dei miei organi genitali e di quando mi faccio pipì addosso alla Signorina Rottermeier che ha studiato all'Università della Vita? Non potrei andare da un ginecologo e chiedere a lui senza stare ad infilarmi dita e misurarmi a falangi?
La risposta è, probabilmente, si.
Però in certi gruppi ho trovato un velato gomblottismo: non è che il ginecologo è parte di LORO che non vogliono farci usare la coppetta per favorire la lobby dei Tampax? 
Oltretutto il ginecologo, specie se è un uomo, c'è caso che non passi tutta la sua giornata a provarsi coppette e farne review in video come fanno invece le Signorine Rottermeier per dei motivi che non mi so assolutamente spiegare. Quindi probabilmente ti dirà di prenderne una a caso a seconda della tua altezza e del tuo ascendente dell'oroscopo.



Quindi pare che l'unica alternativa siano le Signorine Rottermeier, o comprare 50 coppette finché non trovi a caso quella giusta. 
E qui ho fatto un'altra orripilante scoperta: per chi sceglie la seconda opzione ci sono dei gruppi Facebook che vendono coppette usate.

Ora, chiunque abbia un rudimento di antropologia sa che la civiltà umana si basa su tre assunti: 1) non si pratica l'incesto 2) il cibo si cuoce 3) non ci si mette nei genitali oggetti in plastica che sono stati nei genitali di altri.
Ora, i Lannister e i crudisti hanno provato a farci cambiare idea sui primi due punti, fallendo miseramente (ce l'hanno fatta un po' solo i Giapponesi). Quindi NO, non importa quanto le Signorine Rottermeier dicano che la coppetta si può disinfettare e che quindi non fa schifo inserirne una usata, IO NON CI CREDO e dico che questo è contrario alla nostra civiltà. 

E quindi nulla, mi sono cancellata da tutti i gruppi e ho tradotto tutto l'opuscolo del comune per fare la raccolta differenziata bene in Germania. Così posso usare gli assorbenti classici senza sentirmi in colpa perché già faccio la mia per salvare l'ambiente. Che poi, alla fine, sto cambiamento climatico per me è un po' come l'omosessualità di Ricky Martin e il Molise: non credo proprio che esista davvero. 




sabato 27 gennaio 2018

L'Educazione Tedesca

Heike e Hans camminano uno di fianco all'altro nel corridoio grigio della scuola elementare Sigmund Freud. Tengono lo sguardo basso e iniziano a parlarsi solo quando arrivano davanti alla porta di Frau Runkerschlager.

"Zuckerpüppchen, sono tanto preoccupato... forse il problema è quando l'abbiamo portato al parchetto centrale di Mordor, ed è salito su quella pertica piena di schegge di ferro, ed è caduto sbattendo la testa..."dice Hans alla moglie
"Non dire sciocchezze, Schatz" ribadisce Heike, con voce tremante "siamo stati sempre dei bravi genitori. Gli abbiamo dato una buona alimentazione, con crauti e currywurst tutte le settimane. Ogni giorno ho sempre controllato che mettesse le calze sotto i sandaletti. E sappiamo che i bambini devono essere lasciati liberi di correre attorno a spigoli appuntiti e salire su impalcature pericolanti sennò diventano pappemolli..."

La porta di Frau Runkerschlager si apre con un cigolio, interrompendo la conversazione dei due coniugi. Sempre uno di fianco all'altra, ma senza darsi la mano, Hans ed Heike entrano nell'ufficio. E' una stanza quadrata, con un tavolo molto grande ma spoglio, eccetto un computer, un blocco di carta, e qualche matita perfettamente temperata. Dietro alla scrivania c'è una libreria con qualche volume ordinatissimo, tra cui spicca un tomo dal titolo "Kinderpsychologie." Da una sola finestra si intravede un cielo grigio e dei vecchi giochi per bambini in metallo, uno scivolo, due altalene, che però pare nessuno stia usando, malgrado sia la ricreazione. 

Frau Runkerschlager ha i capelli grigi legati sulla nuca, degli occhiali rotondi sul naso un po' adunco, labbra sottili. Indossa un abito classico nero che le mette in risalto la figura ossuta.  Si siede dietro alla scrivania, facendo cenno ad Hans ed Heike di accomodarsi su due sedie nere di fronte a lei. Solo quando i sue si sono seduti, pronuncia le sue prime parole 
"Guten Morgen, Frau Stumpel. Guten Morgen, Herr Stumpel".

I due mormorano un saluto, visibilmente nervosi
"Come immaginerete, vi ho chiamato per parlare del piccolo Dietmar" 
Hans ed Heike sospirano all'unisuono
"E' un kind un po' vivace, certo..."
"L'altro giorno non ha finito la zuppa di crauti, ma è affettuoso..."
Frau Runkerschlager interrompe i due con uno sguardo glaciale.

"L'altro giorno ho detto ai bambini di sedersi. Tutti hanno subito risposto JA! e l'hanno fatto, ma Dietmar è rimasto a giocare" inizia Frau Runkerschlager, unendo i polpastrelli delle dita sulla scrivania. "Ho detto a tutti i bambini di leggere, e hanno detto JA! e l'hanno fatto, ma Dietmar invece ha suggerito di andare in giardino perché era l'unico giorno di sole del mese. Ho detto a tutti i bambini di disegnare la loro casa, e Dietmar ha disegnato un'astronave coloratissima. Tutti i bambini obbediscono, ma Dietmar inventa storie. Corre per i corridoi. Grida. Addirittura..." Frau Runkerschlager fa una pausa teatrale "Dietmar RIDE".

"Ah!" sobbalzano in coro Hans ed Heike
"Non credevo fosse così grave, Zuckerpüppchen"
"Schatz, ci dicevamo che è solo perché ha sei anni, invece..."

"Invece vostro figlio ha..." Frau Runkerschlager fa un'altra pausa teatrale "Un disturbo dell'attenzione"

Heike si porta le mani al volto, Hans lotta contro una lacrima. 

"Come ben sapete" continua Frau Runkerschlager "Noi alla Schule Sigmund Freud non tolleriamo che i bambini non stiano attenti. I bambini il primo anno devono imparare ad essere fieri cittadini di Germania: organizzare i loro appuntamenti; sbrigare le loro pratiche burocratiche; pronunciare parole come empfehlungvermögen; esprimere le loro idee senza troppo coinvolgimento emotivo. Il secondo anno procederanno poi con il leggere Kant ed Hegel"

"Come farà Dietmar?" si preoccupa Hans 
"C'è qualcosa che possiamo fare?" chiede timida Heike

"Per fortuna..." nel corso della sua pausa teatrale Frau Runkerschlager increspa le labbra in quello che sembra un sorriso "Abbiamo trovato una soluzione"

Frau Runkerschlager estrae con fatica un pacco di tela da un punto imprecisato sotto la scrivania. Lo apre con grande lentezza, mostrando poi finalmente una sorta di giubbotto di salvataggio


Hans ed Heike rimangono in silenzio, stupiti. Frau Runkerschlager li guarda per qualche istante, forse seccata dal dover spiegare ogni cosa.

"E' una giacchetta ripiena di sabbia"

Hans ed Heike non danno segno di aver capito. Frau Runkerschlager pare sempre più nervosa.
"Dietmar la indosserà tutti i giorni. Così sarà più difficile alzarsi. E rimarrà seduto. A leggere. Disegnare case grigie. A mangiare i crauti".

"Ma... funziona?" chiede Hans, visibilmente perplesso
"Certo!" strilla Frau Runkerschlager battendo un pugno sul tavolo, questa volta visibilmente infastidita "Abbiamo provato tanti metodi. Il guinzaglio. La gabbietta. La colla sul sedere. Ma non andava bene nulla, i bambini si rovinavano i pantaloni, si strozzavano, e arrivavano sempre i servizi sociali. Con questa invece stanno seduti tranquilli. Possono alzarsi, eh. Con fatica, ma si alzano. Molto più agevolmente che con le sbarre di ferro legate alle gambine"

"Ma...non sarà imbarazzante?" balbetta Heike, bianca in volto
"Non dica sciocchezze!" perde le staffe Frau Runkerschlager "Questa giacchetta è fatta proprio per evitare l'imbarazzo. Per bambini come Dietmar l'alternativa sarebbe lasciarli correre. O dargli una pacca sulla spalla per incoraggiamento. O abbracciarli. Immaginate che imbarazzo per un bambino essere ABBRACCIATO davanti a tutti gli altri? Lo prenderanno per una pappamolla. La giacchetta è molto più discreta".

"Se lo dice lei..." tenta Heike
"Se nostro figlio potrà così diventare un bravo cittadino Tedesco..." continua Hans

"Lo diventerà certamente" conclude Frau Runkerschlager con un'altra increspatura di labbra che sembra un sorriso "Ora è solo un prototipo, ma presto lo useranno tutti i bambini in tutta la grande Germania"
Fa una pausa riflessiva, e aggiunge fiera "Oltretutto, con questa sarà di sicuro il bambino vestito meglio di tutta la classe"


Non so se sia andata davvero così, ma mi piace pensare che la decisione di 200 scuole tedesche di usare le sand vests per i bambini con ADHD si basi più o meno su queste riflessioni.


(Disclaimer: io non sono una psicologa e neanche un'esperta dell'infanzia, quindi magari si scoprirà tra 10 anni che questo metodo di mettere le giacchette di sabbia ai bambini con ADHD è geniale. Nel caso chiedo scusa, non volevo offendere nessun insegnante, genitore, o bambino. Volevo solo dare qui il mio modesto parere che secondo me è un'idea di merda) 

sabato 20 gennaio 2018

Viaggio nella Natura Universitaria

In lontananza si sente un sibilo, mi giro sperando non sia un serpente. La vegetazione fitta della giungla mi arriva a metà polpaccio. Mi fermo a prendere fiato, il caldo umido mi si appiccica addosso come fosse colla. Rimpiangendo i comfort del mio ufficio, sollevo la forbice e la spillatrice e taglio un paio di liane per aprirmi la via, ripetendomi che tutto ciò è necessario. Che è una piccola prova di coraggio da cui tutti devono passare. Metto il piede in una pozzanghera melmosa e lo ritraggo con schifo, mentre un po' d'acqua mi si insinua nella suola del mio stivaletto di pelle nera e mi inzuppa i collant. Mi sistemo la cartella piena di documenti sulla spalla e procedo, mentre degli uccelli non identificati starnazzano nelle fronde altissime sopra di me. Proprio quando mi si impiglia la borsa del computer in un ramo secco, la vedo davanti a me.

La Valle dei Bradipi.



La Valle si trova in una radura tra la biblioteca e la mensa, e lì ci stanno tutti i Bradipi che lavorano nell'amministrazione della mia università. Sono seduti composti davanti ai loro computer, e battono lentissimamente sulla tastiera con le loro lunghe unghie. 
"Guten Tag" grido, e passano cinque minuti buoni perchè uno si accorga di me. Sospiro e mi avvicino nervosa, dal momento che i Bradipi sono i miei nemici naturali.

"Guten Tag" mi dice il Bradipo, con l'aria annoiata e seccata che contraddistingue la sua specie

"Buongiorno, sono qui perchè sto organizzando un workshop" dal suo sguardo comprendo che non ha mai letto la mail che gli ho mandato in più copie, e così mi affretto a spiegare "Presente, che come parte del nostro lavoro ci sono da organizzare delle piccole conferenze, dei workshop? Ecco, ho invitato dei professori che sono rinomati nel campo, ho scritto un'introduzione, e ecco, la prossima settimana c'è il workshop, che è molto importante per me e la mia carriera, ed ecco voi dovreste..."

"Prenotare i biglietti aerei?" dice il Bradipo "Fatto". Ho un moto di sorpresa per la sua efficienza mentre mi porge le prenotazioni.
"Ma questo professore ha solo 40 minuti per cambiare all'aeroporto di Amsterdam, come farà a non perdere la coincidenza?" Il Bradipo scuote le spalle, come a dire: correrà. In fondo non è mica un bradipo, lui, ma un accademico.

Procedo con le altre domande: "Tutto a posto con il cibo?"
"No" dice il Bradipo, e spiega "Tu hai fatto una cosa sbagliata. Hai invitato dei tuoi colleghi a presentare il loro lavoro"
Lo guardo perplesso "Certo che l'ho fatto, perchè non dovrei?"
"Perche' le Sacre Procedure dicono che bisogna invitare gente da altre università, e la gente invitata deve essere di più di quella che già lavora qui"
Nel dirlo, tira fuori un librone polveroso rilegato in pelle, con sopra scritto "Procedure Burocratiche"
"Lo so Bradipo" tento io senza troppa speranza "Ma vedi, io ho organizzato il workshop e molti colleghi erano interessati a partecipare, e lavoriamo assieme, e mi sembrava giusto includerli..."
"E poi hai sbagliato un'altra cosa" continua Bradipo "Ho visto che hai mandato e-mail a tutti i dipartimenti dicendo alla gente che potevano venire ad ascoltare delle presentazioni. Hai invitato degli studenti ad assistere al workshop. Hai perfino messo la cosa su TWITTER"
"Si ecco Bradipo, è un workshop interessante ed è un bene che venga tanta gente no? Mica vogliamo invitare gente dall'America e che ci siano tre persone in croce ad ascoltarli no?."
"Visto che hai violato le Sacre Procedure, non avrai cibo abbastanza per tutti" taglia corto il Bradipo.



Cerco di fare buon viso a cattivo gioco: "Vabbè, preparerò io qualcosa. Un tiramisu"
"Certo, buona fortuna. Ricorda che in Germania per un motivo che ancora non hai compreso le vaschette di alluminio per i cibi da Rewe le vendono solo d'estate"
"Mi inventerò qualcosa... ma il poco cibo che abbiamo è gustoso?"
"Buonissimo, zuppa"
"Zuppa? Tutte e tre i giorni?"
"Si certo. Nelle Sacre Procedure c'è infatti scritto che durante i workshop noi vogliamo che le persone se ne stiano in piedi a sorbire la loro zuppa ustionandosi le dita con la ciotola, e versandosene metà sui loro bei completi da professori. E' per questo motivo che nella sala dove si mangia abbiamo messo un sacco di poltrone scomode e molto ingombranti, di tavolini bassissimi di finto cristallo, e di lampade di dubbio gusto ma non abbastanza tavoli da pranzo. Amiamo vederli mentre tentano di parlare l'uno con l'altra di tematiche serie ed interessanti ma finiscono per ustionarsi la lingua e sbrodolarsi. Siamo anche molto felici di vederli tutti nervosi ed affamati dopo un pranzo a base di zuppa sciapa"

"Capisco" dico io, scoraggiata "Ma la sera possiamo andare al ristorante?"
"No" dice il Bradipo "Sempre qui sul libro c'è scritto che noi vogliamo i professori tutti in una stanza buia e polverosa per dodici ore di fila, pasti inclusi, perchè vogliamo studiare la resistenza della gente quando vengono privati dell'aria fresca. Ciò che succede in assenza di sole già lo sappiamo perchè qui a Mordor non c'è sole da sei mesi"


"Bè, se non altro l'ultimo giorno del workshop finiamo a mezzogiorno"
"Ecco" mi interrompe il Bradipo "Questo non va bene. Il Sacro Libro dice infatti che se volete avere il pranzo dovete mettere qualcosa anche dopo pranzo. Quindi dovete trattenere tutta questa gente per altre due ore, facendo una discussione finale del workshop che non interessa a nessuno e che serve solo a dare la parvenza che il workshop stesso stia continuando"
"E questo perchè?"
"Sempre perchè vi odiamo" sentenzia il Bradipo. 



"Bene" continuo io "Però ecco, se invito a cena il keynote speaker prima della conferenza, posso avere un rimborso?"
Il Bradipo mi guarda, pensoso. Passano cinque minuti buoni. "Certo. Pero' va mandato tutto nell'amministrazione centrale, che sta sul Fiume della Burocrazia, dopo quelle liane"
"Splendido!" dico io, per la prima volta sollevata "E' solo tre fermate di metro dalla Valle dei Bradipi, ci vorrà nulla"
"Eh" sospira il Bradipo "Ci vorrà nulla per te, ma sai noi come ci muoviamo lenti. Non aspettarti il rimborso prima di sei mesi"

"Grazie Bradipo" dico io con un finto sorriso, preparandomi ad attraversare di nuovo la giungla per tornare nel mio ufficio e finire di organizzare il workshop. 
"Gli invitati viaggeranno scomodi, avranno poco cibo, si ustioneranno con le zuppe sciape, saranno distrutti dalle discussioni forzatamente prolungate e dalla mancanza d'aria, pero' che potrà andare peggio di così?"
Friederike











(Nota Seria: A parte Friederike il workshop però è andato bene. Io qui ho un pochetto sfottuto i miei amministrativi però per amor di correttezza dovrei dire che una, la nostra event manager, mi ha aiutata tantissimo ed è molto brava, così come gli student assistant the meno male ci sono loro. E CHIARAMENTE mi bacio i gomiti che, burocrazia a parte, io abbia tutte queste opportunità di organizzare workshop e avere fondi per farlo, che non è assolutamente scontato nell'università)

venerdì 5 gennaio 2018

Cards Against 2018

Tra Natale e Capodanno ho visto tutti i vostri post di Facebook con i buoni propositi sul 2018. Con le foto della gente a cui volete bene e a cui augurate ogni bene, con le prodezze compiute dai vostri figli nel 2017 e tutte le cose che vi hanno reso felice.

Io sono al massimo arrivata a pensare che nel corso del 2018 devo buttare il pattume dalla stanza dove lo accumulo e che mi ostino nonostante tutto a chiamare studio-slash-guestroom

Ho letto tutti i vostri blog expat in cui vi dicevate cosi' felici di tornare in Italia, e in cui parlavate delle gioie del festeggiare in famiglia, di passare del tempo con i vostri figli per le strade di Roma e Milano, del mangiare il cibo buono.

Io sono qui che conto i giorni che mi mancano per tornare in Germania e passare le serate a fare quello che mi piace, io e compagno imbruttiti sul divano davanti a Netflix a mangiare patate.

Non fraintendetemi, l'Italia è un posto bello. Purtroppo però io vengo da un paesino che è una succursale di Mordor e ha 5000 abitanti, di cui 4998 sono gatti attaccati ai maroni. I due che si salvano sono i miei genitori, che sono però pensionati moderni e tanto mi vengono a trovare, quindi li vedo già pure senza tornare e anzi è più divertente girare con loro il mondo in posti belli davvero piuttosto che stare nel paesino orrendo a vedere i fascisti che passeggiano nello smog.

I miei genitori però, al contrario di me, sono popolarissimi e conoscono tutti i 4998 gatti attaccati ai maroni più molti altri rifiuti umani dei paesini vicini. Così che io ogni volta che torno a casa mi ritrovo circondata da gente sconosciuta o semitale, i cui volti ho rimosso per far posto agli aggettivi in tedesco, che vogliono venirmi a trovare, uscire con me, e -ORRORE!- parlare con me.

E no, purtroppo non mi interessa dei loro figli e dell'abilità superiore che hanno nel mettersi le dita nel naso. Delle loro case da ristrutturare e del color celeste topo con cui vogliono dipingere i muri. Delle bomboniere che hanno scelto per il matrimonio a cui non andrò. Dei suoceri con cui litigano e dei cani che devono portare fuori. Come, spero ardentemente, a loro frega zero delle mie noiosissime ricerche e della mia vita grigissima a Mordor.



C'è stata una persona queste vacanze che mi ha chiesto della mia celiachia. Mentre dipingevo con frasi di circostanza la situazione dei miei villi intestinali e la frequenza con cui vado in bagno, mi sono chiesta se il fastidio e lo stress che stavo provando io a parlare dell'argomento fosse lo stesso che il mio interlocutore provava nell'ascoltarlo. 

Insomma, io dico che me ne sono andata dall'Italia per via della crisi economica, ma la verità è che ero stanca di incontrare per strada gente che conoscevo. La bellezza di stare tra sconosciuti è quella speranza di poter ancora conoscere gente interessante. 

(E qui digressione: non vi critico per le storie private che mettete sui social. Fate bene, Facebook è fatto proprio per questo. E non dovete risponderne a me, ma solo ai vostri figli che a quindici anni si vergogneranno come dei ladri nello scoprire che voi mettevate come foto del vostro profilo il loro sedere o loro vestiti da elfo sfigato e per vendetta condivideranno su YouTube video in cui pippano coca sul vostro letto. Sono io piuttosto che dovrei essere più selettiva con ciò che seguo e limitarmi a Spinoza). 

E così conto i giorni che mi mancano a tornare in Germania, perchè nel grigio di Mordor c'è un pregio infinito: la gente si fa i cazzi propri. Non so neanche chi siano i miei vicini. Tutti sulla metro sono zitti in un meraviglioso silenzio. Nei negozi si limitano tutti a grazie e buongiorno (e se provassero a fare di più tanto capirei zero). Ho un ufficio da sola. I miei colleghi sono tutti adorabili, ma riservati. Uno ha cinque figli ma non ho idea di come si chiamino, di quanti anni abbiano e se siano maschi o femmine, e non mi ha MAI mostrato una loro foto, nè parlato della loro cacca. Il mio capo e i miei colleghi per più di tre mesi sono vissuti nel dubbio che io fossi sposata, o divorziata, o forse nessuna delle due, e non c'è stato neanche uno che è venuto a farmi domande finchè io di mia sponte non ne ho parlato. Non c'è nulla da fare, io ADORO i Tedeschi. 

Così, alla luce di queste riflessioni, ho dovuto guardarmi allo specchio ed essere brutalmente sincera con me stessa: sono una persona orribile.

Ed è per questo che ho accolto il 2018 nel modo migliore possibile. Mi sono vista con gli amici con cui mi trovo ogni anno, che sono quelli che mi capiscono al volo e con cui non c'è bisogno di nessuna frase di circostanza. E abbiamo passato la serata a giocare a Cards Against Humanity, che è per l'appunto un gioco per persone orribili. 

In questo gioco semplicissimo una persona, a turno, pesca una carta nera. I partecipanti devono completarla con una frase che sia il più possibile cattiva e il più politicamente scorretto vince. 


Controindicato per: persone puritane; persone senza autoironia; persone che non sanno l'Inglese; persone che non comprendono la differenza tra fare ironia su qualcosa e pensarlo davvero; la maggior parte delle persone; persone che non vogliono imparare cosa voglia dire "smegma"; io, quando il mio compagno tira fuori una carta misogina e decido di lasciarlo per mettermi con il suo peggior nemico. 


Però Cards Against Humanity fa anche delle cose bellissime, oltre a rallegrare il mio Capodanno. Il progetto Cards Against Humanity Saves America raccoglie soldi per reazione al fatto che il Presidente degli Stati Uniti sia un gabinetto. La cosa più bella che hanno fatto, a mio parere, è stato comprare un pezzo di terreno sul confine Messicano per impedire di costruire il famoso muro.
Che, al momento, credo sia la mossa geniale che tutti avevamo bisogno, dopo un 2017 francamente un po' duro.

Per cui, in questo 2018, ho deciso che i miei buoni propositi prenderanno spunto da Cards Against Humanity. Smetterò di cercare di essere meno orribile. Mi rassegnerò al fatto che non c'è modo per me di migliorare e smetterò di fingere di interessarmi di cose di cui mi fregacazzi, cosa che comunque faccio in modo fallimentare. Invece di combattere il mio essere socially awkward, andrò con il pensiero, mentre mi parla la gente non gradita, allo Sticazzi di Zerocalcare, e inizierò a concentrarmi su quello che mi interessa davvero. 


Ma, al contempo, penserò ai metaforici pezzi di muro che potrei comprare per migliorare questo mondo. Non voglio essere più gentile o voler più bene alla gente, voglio dire in faccia ai gabinetti che popolano questo mondo quello che penso. Non voglio essere politicamente corretta, voglio incazzarmi di brutto con i misogini, i razzisti, gli omofobi. Non voglio scrivere su Facebook "per un Natale di pace e amore", voglio uscire di casa e comprare tutte le lanternine e le rose dei venditori ambulanti per farla al sindaco che le ha proibite


Non ho ancora un piano preciso per i miei propositi, ma si accettano suggerimenti. Buon 2018, miei orribili lettori.  






giovedì 21 dicembre 2017

Natale tra i Fasci

Giorgia Meloni ha recentemente proposto la rivoluzione dei presepi. Farò un sunto: ogni anno un qualche personaggio politico a caso più o meno di destra e più o meno razzista non sa cosa dire sotto Natale e allora se ne esce con una dichiarazione del tipo: bisogna fare i presepi che è simbolo di cultura e laicità perchè altrimenti i Musulmani vengono qui e ci impongono con violenza di rinunciare alle nostre tradizioni. Quest'anno l'ha detto Giorgia Meloni, che se non sapete chi è qui lo spiegano bene.

Visto che è un post un po' pesante lo alleggerisco con i gattini

Io vengo da una famiglia di atei nel midollo, ma io il presepe per anni l'ho fatto, ne avevo uno preso a Napoli con pulcinella che fa la pizza e la stella a sei punte fatta da me (perchè ho avuto dei momenti di sincretismo). 

Ora, però, io e i miei colleghi il presepe non lo facciamo. Non pronunciamo mai la parola Natale, quindi facciamo delle FESTE D'INVERNO e ci vestiamo di rosso cantando di Babbo Natale e renne, che, si sa, è neutro.

Questo video più o meno spiega come festeggiamo noi il Natale


Nel nostro caso ciò succede perchè un tempo c'era una collega la cui madre ebrea era stata costretta dai Nazisti a cantare le canzoni di Natale (e presumibilmente ad altre cose ben più orrende, ma non so esattamente). Quindi ehi, prima di fare come la Meloni e dire "ma ecco, questi vengono qui e ci impongono di cambiare le nostre sacre tradizioni!", la norma di buona educazione è quella di evitare di compiere un olocausto. 

D'altronde, a noi non interessa tanto evitare i riferimenti a Gesù bambino e agli angioletti, visto che siamo un gruppo di intellettualoidi mangiapreti che festeggiano in modo strano, come scrivevo qui

Detto ciò, a me sentire la gente come la Meloni che si accanisce a difendere i presepi mi fa venire le coliche, non solo a livello umano, ma anche perchè mi occupo di religioni e sono basita dall'ignoranza della gente in materia (e si che ve la finanziamo quell'ora di religione a scuola, che ci fate? No davvero?).



Chiariamo quindi un paio di cose:

La cultura italiana (ed europea) non è cattolica
In Italia e in Europa ci sono stati SEMPRE dei non-Cristiani. La storia europea è stata plasmata anche dalla presenza millenaria di Musulmani ed Ebrei, per dirne alcuni. Curiosità: molti nomi di luoghi, come Torre del Greco, sono di origine Islamica (per saperne di più leggetevi ciò). 

E non dimentichiamoci dei Greci e dei Romani prima di Cristo, eh. E del fatto che il Natale esisteva ben prima del Cristianesimo e che è stato appropriato, come spesso succede quando nuove religioni si insinuano dove ce ne sono di vecchie. Quindi mi spiegate dove stracazzo starebbe la cultura cattolica? 

Il presepe non è un simbolo laico
La laicità è quel principio per cui la chiesa e lo stato sono separati. Funziona grossomodo così: tu in casa tua puoi mettere tutti i simboli religiosi che vuoi, puoi anche costruire uno scopino del gabinetto d'oro e venerarlo, e puoi portarlo a passeggio in piazza, o appiccicartelo sul sedere quando vai in posta, ma nei luoghi che sono controllati dallo stato (tipo scuole o ospedali o comuni) lo scopino d'oro non ci deve stare. Al contempo, lo stato non ti darà sovvenzioni per il tuo culto degli scopini del gabinetto. Poi in ogni Paese la laicità viene applicata in modo diverso, in Italia per esempio lo stato è laico ma c'è l'otto per mille.

Il presepe è un simbolo religioso perchè sintetizza la nascita di Gesù, un leader religioso. Ora, ognuno può vederci un po' quello che vuole nei simboli, per carità: ci sono donne che vedono nel velo Islamico uno strumento di sottomissione, per altre è un simbolo femminista. Allo stesso modo, per alcuni il crocifisso può essere un simbolo di tortura, per altri di pace e amore, e altri ancora possono usarlo come sex toy. E' capitato che il governo italiano dicesse che il crocifisso non è solo un simbolo religioso ma anche culturale, anche se abbiamo già spiegato che la cultura italiana non si può definire come solo cattolica. A prescindere dalle diverse interpretazioni, una scena religiosa come il presepe, nella maggioranza dei casi è, pensate un po', una cosa religiosa. Che non ne fa una cosa giusta o sbagliata in modo assoluto, semplicemente non ne fa una cosa laica. 

I Musulmani non odiano Gesù
Perchè Gesù è pure un profeta dell'Islam. Certo, ci saranno dei Musulmani a cui rode che in una scuola pubblica si faccia il presepe cattolico, ma questo rode pure ai Testimoni di Geova, ai Valdesi, agli Atei, e A ME. Non è per ostilità verso Gesù, che sta pure nel Corano. Questo perchè Vecchio Testamento, Nuovo Testamento, e Corano sono sorprendentemente simili. Il che ci porta al nostro prossimo punto

L'Islam non è violento
Certi Musulmani usano il Corano per compiere atti violenti, perchè nel Corano ci sono dei riferimenti alla violenza, questo è vero. Ma sapete cosa? Questo succede anche nel Vecchio e Nuovo Testamento, che sono un tripudio di "lapida tua figlia se non ti pulisce le scarpe" e "uccidi quelli che vanno al gay pride." Ehi, duemila anni fa la gente non era per nulla Peace&Love. Amavano il prossimo solo se era maschio bianco etero e membro della stessa casta sociale, sennò si aizzavano le capre contro. Quindi ogni testo sacro va interpretato, e sarà l'interpretazione da cui ne conseguiranno le azioni della gente.

E il dire cose come "I musulmani fanno attentati e gli altri no" è pure sorprendentemente sbagliato. Alcuni musulmani fanno attentati dalle parte nostre e quindi questo ci interessa, ma in altre parti del mondo le cose funzionano a parti invertite, ma nessuno qui ne parla perchè i nostri TG non amano menzionare genti povere, scurette e tanto lontane. Così ogni volta che dite che i Buddisti sono così pacifici e non violenti, dimenticatevi il faccione sorridente del Dalai Lama e pensate ai Buddisti a Mianmar che perseguitano ed uccidono la minoranza musulmana dei Rohingya

Quindi cos'è che provoca violenza? Tante cose, come il razzismo, l'intolleranza, le diseguaglianze, Mario Adinolfi, e si potrebbe continuare. Ma non la religione in se'. A meno che non si parli di una setta che ti dice di far fuori la gente con il succo di frutta, le religioni tutte possono spingerti a bontà ed amore infinito come a grande violenza e pazzia. La religione è un'idea: sta alle persone decidere come utilizzare un'idea, se in modo violento o no. 

E in più, altra cosa da ricordare: Gesù non era bianco
Gesù biondino con i ricci che vi mettete nella mangiatoia la notte di Natale è il frutto della vostra fantasia che tutti i buoni e giusti vi assomiglino. Gesù era un Palestinese figlio di Palestinesi proprio come quelli che mo stanno protestando a Gerusalemme, probabilmente più simile a quelli che scappano dalla Siria che a voi. 


Una cosa (semi) giusta, però, la Meloni l'ha detta. Lei dice che bisogna fare il presepe per spiegare a sua figlia il rispetto. E allora io dico, sono d'accordo. Vi esorto a fare il presepe con Pulcinella e il Mostro Volante di Spaghetti, o a mettervi in sala la statua di Pallade Atena, oppure a costruirvi un gigantesco scopino del gabinetto d'oro. Sceglietevi il simbolo che piu' per voi simboleggia il rispetto, non mi importa quale, o pure non fate nulla, basta che dite ai vostri bambini:

"Vedi Gigino, il Natale serve a ricordarsi questo. Che c'era gente che era povera e scappava, e questo non dovrebbe succedere, i bambini non dovrebbero nascere cosi'. E' per questo che dobbiamo accogliere i migranti, che non dobbiamo discriminare nessuno per il colore della pelle o la religione o le persone che si porta a letto, che dobbiamo aiutare i poveri. Ce lo dice il Dio Scopino"

"E vedi Gigino, la Meloni ci chiede 'Come fa un bambino che nasce in una mangiatoia ad offendervi?', ma lei non sa che un sacco di gente si offende per molto meno. Il sindaco di Como, Landriscina (che Giupy non ha votato,  sia messo agli atti) si offende perchè nella sua bella città ci sono i poveri, e li allontana dal centro città, e poi proibisce ai volontari di portargli il pane e il latte. Io non so se il sindaco Landriscina il presepe l'ha fatto, ma spero proprio di no, perchè sarebbe ipocrisia. Se vivesse ai tempi di Gesù, il sindaco Landriscina sarebbe quello che obbligava Giuseppe e Maria a stare nella capanna, ma che dico, gli avrebbe pure macellato l'asino e rubato il bue, e fatto pagare un pedaggio ai Re Magi."

"E sai come si chiamano le persone che si offendono così, come il sindaco Landriscina, Gigino? Si chiamano FASCISTI e noi dobbiamo dedicare tutta la nostra esistenza a cercare di non fargli avere nessun potere"

Quindi, nell'augurarvi buon natale, questo vi dico: a casa vostra credete in quello che volete. Ma non sprecate tempo a fare le battaglie per il presepe; piuttosto, se il presepe qualcosa vi ha insegnato, fate le battaglie contro i fascisti.


(In tutto ciò, l'unica cosa positiva di questa vergogna della mia città natale è che durante il cenone, quest'anno, alla domanda "Perchè non torni a vivere a Como?" ho una risposta prontissima) 

(Io in questo post ho scritto cose giuste ma molto in sintesi, se avete domande o volete citazioni bibliografiche, lasciate un commento)