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martedì 17 aprile 2018

Sangue, Patriarcato, Mansplaining

Giovedì alle cinque e mezza, nella mia sede di lavoro a Mordor una professoressa, che chiameremo Melisandre, sta per fare un talk. E' da un po' che lavora con noi, e ammetto che non mi è particolarmente simpatica. A dire il vero non lo è quasi a nessuno. Forte dell'essere professoressa a (per salvaguardare la sua privacy non scriverò il nome dell'università, ma dirò un generico "Oxbridge") spesso è arrogante, supponente, e critica il lavoro degli altri. 

Tuttavia, anche se io non sono una gran fan della gente, decido che voglio darle una seconda possibilità. Prima del talk le chiedo di che cosa parlerà, e lei risponde:
"Sangue" 
Io rabbrividisco un po', e dico con un mezzo sorriso che ho il TERRORE del sangue.
"Ah, a me piace. Adoro il color rosso sangue" dice Melisandre, ma senza sorridere, in quel modo che fanno i Tedeschi e che rende impossibile distinguere una persona ironica da una che ti accoltellerà senza motivo in una fredda sera d'inverno e poi getterà il tuo corpo in una buca in giardino.
"sprft" rispondo io, terrorizzata a questo punto di dire qualcosa che potrebbe farla arrabbiare. 
"Parlerò di sangue mestruale" specifica lei.
E a quel punto io subito mi sento più interessata, e penso che potrei raccontare anche a lei, come faccio con tutti rendendomi assolutamente impopolare, della mia coppetta.

Purtroppo però non c'è tempo perché il talk sta per iniziare. Mi siedo assieme al resto dell'audience, una ventina dei colleghi del mio gruppo di ricerca (che chiameremo per semplicità Dothraki), molti appena arrivati perché è l'inizio del semestre. 
In breve mi accorgo che il talk è effettivamente interessante: analizzando testi religiosi, fa praticamente una lunghissima e straziante storia del mansplaining. Divinità, santi e sacerdoti che sprecano carta inchiostro e tempo per dire che le donne mestruate sono impure, sono peccatrici, no forse non lo sono, ma comunque devono stare lontane dal tempio, o almeno chiuse in casa, o forse in isolamento.


Mentre la professoressa continua asettica il suo talk, senza mai menzionare femminismo o patriarcato, io chiudo gli occhi e sogno di salire sul tavolo interrompendo tutti con un'appassionata lettura di "If Men Could Menstruate" di Gloria Steinem.

Prima che io possa dire qualcosa, però, davanti ai miei occhi si compie una scena talmente surreale che devo darmi un pizzicotto per chiedermi se non sono per caso finita in uno di quei tweet ironici sul femminismo ripubblicati da Buzzfeed:

Tre, quattro uomini dell'audience si mettono ad interromperla, ad aggredirla verbalmente, a dire che la sua metodologia non è corretta. Uno le spiega anche quali sono le letture femministe di un determinato testo sacro.

Faccio una fotografia mentale e mi rendo conto di stare assistendo all'epitome di tutti i mansplaining: uomini che interrompono un'esperta per spiegarle il loro punto di vista su una cosa che LETTERALMENTE riguarda le vagine.


Anche se la scena ha un qualcosa di affascinante, un po' come guardare delle formiche che divorano una cavalletta, decido che devo porre fine a questo patetico teatrino.
Penso di mettermi ad improvvisare un tip tap, ma poi decido di alzare la mano e chiedere apertamente se posso cambiare argomento, faccio una domanda sul gender e aggiungo come battuta che i testi sacri sul sangue mestruale sono un po' un manuale di mansplaining lungo duemila anni.
Quasi nessuno ride.

La mia domanda calma un po' la situazione, ma presto i Dothraki, uomini e anche qualche donna, ricominciano a fare dei commenti molto negativi dicendo sostanzialmente a Melisandre che il suo lavoro può pure usarlo al posto delle supposte di glicerina per la stitichezza.

Melisandre, come facile da immaginare, se ne va offesa.

Il giorno dopo io e alcuni colleghi ci vediamo per discutere di questo talk. Io non sollevo la questione, visto che nel mio gruppo di ricerca non c'è proprio tantissima gender equality e non sempre le mie mozioni vengono accolte bene. Giusto per fare una piccola digressione, recentemente io ed una collega (io la più giovane tra i postdoc, lei la più giovane tra i professori, entrambe donne) abbiamo organizzato un workshop che è andato bene. Un collega (uomo) si è complimentato con gentilezza e io sono stata molto contenta. Poi però ha aggiunto che il workshop è stato un successo perché noi, essendo donne, abbiamo un "gentle touch": siamo amabili nel parlare con gli invitati, abbiamo organizzato tutto con meticolosità e siamo sempre state diplomatiche. Per il collega era un complimento, ma la cosa mi ha fatto rimanere male, perché l'ho vista come un togliermi importanza, non voler riconoscere il mio contributo intellettuale, visto che non ha neanche mai menzionato il mio lavoro accademico nel workshop. E temo che spesso nel mio ambiente di lavoro essere donna si riduca a questo: avere un "gentle touch" ma non essere davvero considerata all'altezza dei colleghi maschi. 


Ma torniamo a noi. Una collega, che chiameremo Brienne of Tarth, fa notare che il modo in cui Melisandre è stata trattata è inaccettabile, e spiega anche che è un problema di gender.

Io prontamente dico in modo composto che sono d'accordo, ma dentro di me sto urlando "Si! Sorella! Dammi il cinque! Finalmente non sono più la sola a far notare che i mattoni di quest'edificio non sono cemento ma cellule di patriarcato! Uniamoci e sconfiggiamo tutte queste (metaforiche e non) salsicce che ci stanno attorno!" 

Nella nostra storia, però, non c'è nessun plot twist. I colleghi uomini non vedono un problema.

Uno, che chiameremo Ned Stark, dice che non è vero che si tratta di sessismo, Melisandre è stata attaccata da molte persone tra cui anche delle donne. Giustamente Brienne fa prontamente notare che un sistema patriarcale coinvolge anche le donne: non è infatti strano che siano proprio le donne ad essere stronze con le colleghe. Nel nostro caso, però, erano stati un gruppo di uomini ad iniziare questo linciaggio accademico ed alcune donne si erano accodate perché, probabilmente, sentivano in qualche modo di poter entrare in questo gruppo testosteronico prendendosela con la vittima sacrificale di turno.

Un altro, che chiameremo Petyr Baelish, dice che è Melisandre ad essere troppo sensibile ed emotional. La gente ha criticato ed attaccato il suo lavoro, non lei. Perché prendersela sul personale? Io ho pensato ai mesi, gli anni che ci vogliono a mettere assieme una presentazione accademica, la passione nel difendere certe tesi, e l'idea che il tutto venga distrutto in un talk di un'ora è desolante quanto un gattino cucciolo solo sotto la pioggia. Poi mi ricordo anche che Petyr ha organizzato un workshop sulle emozioni, che sono praticamente SEMPRE associate alla sfera femminile, e l'80% di speakers erano uomini. Mi sono limitata a far notare che al meeting c'erano molti colleghi nuovi, la maggioranza donne, che sono rimaste mute e sconvolte a guardare la scena del più grosso mansplaining di sempre e ora credo siano tutte a casa ad aggiornare i CV.  

Un altro, che chiameremo Stannis Baratheon, dice che Melisandre se lo meritava, perché è stupida, nonostante tutti i suoi titoli, l'esperienza, ed Oxbridge. Dice che è solo una casualità che fosse una donna attaccata da un branco di Dothraki uomini. Io faccio notare che a parti invertite la cosa avrebbe probabilmente avuto dei toni molto diversi (francamente, non ho mai visto un gruppo di donne dire con arroganza allo speaker uomo che la sua ricerca è insignificante). Aggiungo che, se anche non fosse una questione di gender, le critiche vanno benissimo ma devono essere fatte in modo costruttivo e con rispetto, non come una pubblica esecuzione. 

Un altro, che chiameremo Robert Baratheon, a quel punto interviene e dice che lui è d'accordo con Stannis Baratheon. Dice che è stufo del politically correct, a lui piacciono dei dibattiti accesi in cui le persone vengono messe alla gogna. E gli piace soprattutto in questo caso, perché Melisandre è una stronza boriosa che era stata sgarbata con altri in passato.

Io dico che questo modo di risolvere i problemi non è un comportamento maturo, secondo me. Se Melisandre in passato non si è comportata bene bisogna parlarne con lei, non umiliarla pubblicamente in un branco di Dothraki e soprattutto non scendere al suo livello. Incredula di essere proprio io a difendere una persona che prima o poi mi ucciderà con un'ombra maligna e mi getterà in un pozzo per godere del colore del mio sangue, dico che il politically correct è a mio parere il modo migliore di risolvere i problemi. Mi rivolgo direttamente a Robert, che ha tre figli pre-adolescenti: "se un bambino picchia uno dei tuoi figli, tu certamente non consiglierai a tutti e tre di allearsi e andare a menarlo"

"Oh certo" ha detto lui "Io insegno ai bambini che se uno picchia l'unica soluzione è picchiare più forte"

E quindi niente, lì ho capito che la guerra è ancora tutta da giocare, ma questa battaglia l'ho persa.

Così ho passato il resto della giornata a bere Coca Cola davanti allo specchio dicendo a me stessa: "Non riesco a credere che io debba spiegare a gente plurilaureata perché essere degli stronzi è sbagliato"
(che in Inglese suona meglio: "I cannot believe I have to explain people why being a total moron is wrong") 


E poi, mi sono ricordata che Melisandre nella sua presentazione aveva anche detto che in alcune culture, per esempio presso i Cherokee, le donne mestruate sono considerate sacre e magiche, in grado di controllare gli elementi e le persone. Ce la possiamo ancora fare, sorelle. 

venerdì 23 febbraio 2018

Bambini e Università

Chi mi conosce sa che non mi spiace l'idea dell'estinzione volontaria della specie. Se mi mettete in una stanza con un cagnolino ed un bambino io corro subito dal primo (è successo davvero, per la cronaca, ed era un delizioso cucciolo di beagle). Se mi date un neonato in braccio io sono così:


Foto del post da qui

In un mondo ideale, se domani le parole della Lorenzin facessero centro e il mio orologio biologico prendesse a ticchettare all'impazzata, io potrei decidere di sfornare tonnellate di bambini (e qui già vedo il mio compagno sudare freddo e uscire per comprare il currywurst e non tornare mai più).

Invece, la cosa non può succedere.

E voi direte, perchè? Ho il culo di essere una donna etero cisgender in età giusta con compagno etero cisgender in età giusta, salvo sfighe tutto dovrebbe filare liscio no?

No. Perché di lavoro faccio l'accademica. E, come disse una mia collega azzeccando in pieno, l'accademia è il miglio anticoncezionale di sempre. Altro che pillola, preservativo, o crocks: il modo migliore per non fare figli è stare in università.

Non perché uccida la passione (cioè, in alcuni casi, anche. Provate voi dopo aver letto libri sui Gesuiti in Giappone per sei ore). E' perché non ti da il tempo di farti una famiglia.

Pur ammettendo che una persona non perda neanche un anno di percorso, ci vuole di laurearsi, specialistica, entrare in un programma di dottorato, dai tre ai sette anni per finire il dottorato, poi pubblicare un libro, poi fare un sei sette anni di postdoc in cui viaggiare ed andare a più conferenze possibili, pubblicare un altro libro, e poi finalmente (FORSE) il lavoro fisso. Io conosco persone che hanno aspettato di finire tutto ciò e hanno avuto figli a 45 anni, ma capiamo che tanti vorrebbero spingere il passeggino prima che gli venga l'artrosi. 

E voi direte, e ma quanta fatica, pure mia zia è precaria e lavora molto, ma i figli li ha fatti. E poi gli accademici non ce l'hanno la maternità?

Ni. Perché poniamo che tu abbia effettivamente la fortuna di vivere in un sistema che ti faccia stare a casa in maternità (non gli USA, quindi), questo non impedisce che tu abbia un buco ENORME sul curriculum. Lavorare in università è un mondo orrendo e competitivo, in cui ci sono più persone che posti disponibili. Devi quindi dimostrare di lavorare più degli altri. In particolare, pubblicando. Pubblicando moltissimo. 

Non importa se tu hai avuto cinque figli: se non pubblichi cinque articoli nello stesso tempo in cui il tuo collega single li ha pubblicati, non passerai il concorso. Se non vai a cinque conferenze all'anno come il tuo collega single, non avrai modo di conoscere la gente che ti potrebbe offrire un lavoro. 

Oltretutto, l'accademia è spesso un posto per workaholic. Ultimamente il mio Twitter feed era incendiato da commenti sul fatto che i professori dicono ai dottorandi di lavorare minimo 60 ore a settimana. Ovviamente è una follia e molta gente non lo fa (neanche io, per dire). Ma molta, invece, si'. E mentre cerchi di pubblicare pure la lista della spesa, ti senti sempre in colpa a pensare al collega che ha un materasso gonfiabile per dormire in ufficio e a quella che si è recentemente detta contenta dell'arrivo delle vacanze perché "così mi chiudo in casa da sola e scrivo".

Per dire, io ho fatto morire pure un pino, figurati trovare il tempo di annaffiare un bambino. 

Nel mio percorso universitario ho avuto molte professoresse donne, ma poche avevano figli. Quelle che li avevano erano di solito molto anziane e avevano trovato lavoro quando era meno competitivo. Senza pensarci, ho sempre dato per scontato che fosse una scelta obbligata: se vuoi lavorare in accademia non devi avere una famiglia, e a me è sempre andato bene così. Ma non va bene, è una delle ragioni per cui c'è una disparità tra uomini e donne in molti dipartimenti. Gli uomini continuano perché tanto alla prole ci pensa la moglie, le donne trovano un altro lavoro. 


Poi, però, ho iniziato a conoscere persone che si meritano pacchi Amazon della mia stima e che sono riuscite a fare tutto. Donne che vanno a conferenze incinta di sette mesi e che hanno scritto la tesi di dottorato con neonati di sei mesi a carico. Donne che mettono a letto i figli e si mettono a scrivere. Donne che lavorano a centinaia km di distanza da compagni e figli e passano ore in macchina o sui treni o sugli aerei, e che parte della settimana vivono lontane dalla famiglia. Se contiamo che gli accademici si accoppiano sempre con altri accademici perché sono ugualmente noiosi è più facile incontrarli, sappiamo che quasi nessuna di queste donne ha un marito piazzato e benestante che la aiuti. 

E' giusto tutto ciò? No, non lo è. Non lo è perché malgrado queste persone siano delle Wonderwoman senza tutina ma con innumerevoli titoli di studio, le stesse possibilità dovrebbero essere date a tutti. So di essere molto radicale, ma penso che una persona debba essere in grado di poter avere una famiglia E lavorare quaranta (solo quaranta) ore in università E magari pure dormire otto ore per notte mangiare a intervalli regolari e lavarsi SENZA essere Wonderwoman. 

Da quando sono arrivata in Germania, però, ho visto cose che mi piacciono. Per prima cosa c'è una cosa meravigliosa che andrebbe estesa a tutto il mondo: il congedo paternità. Se sta a casa sei mesi la mamma, sta a casa sei mesi anche il papà. Certo, la natura matrigna ha voluto fossimo noi donne a doverci sorbire smagliature, allattamenti, e tutte le orrende conseguenze di avere un utero: però gli uomini sono comunque in grado di cambiare pannolini o fare bagnetti. Pure quelli che non hanno un dottorato, figuriamoci quelli che ce l'hanno. 

Così ho visto coppie di accademici dividersi i compiti al 50% e ridurre quel rischio classico del professore che fa carriera mentre la moglie di uguale intelligenza sacrifica il posto in università per stare a casa frustratissima a leggere l'Ariosto ai figli, che poi cresceranno e voteranno Salvini. In più questo fa si che entrambi i genitori parlino per il 50% del tempo di cose interessanti e per il 50% di cacca, invece di fare come quelle coppie tristissime in cui l'uomo continua a parlare degli argomenti più svariati e la donna non riesce più a fare nessuna conversazione che vada oltre Peppa Pig perché passa tutte le sue giornate con un duemesenne.

(che oh, ci sono tantissime donne a cui questa divisione dei lavori piace perché amano gli omogeneizzati e odiano gli adulti -come dargli torto, poi -ma sto parlando di gente che è costretta a fare queste scelte)

E nessuno dove lavoro io chiede alle donne nei colloqui se hanno intenzione di avere figli, ma in compenso è successo che qualche uomo chiedesse di iniziare il lavoro qualche mese dopo per il congedo paternità. 

Poi, ho visto gente mettersi sul curriculum un periodo di Elternzeit, ovvero congedo parentale. Il che in pratica potrebbe non cambiare moltissimo -se non hai abbastanza pubblicazioni non avrai un lavoro, e cavoli tuoi - ma mi sembra un primo passo verso l'essere meno bambinofobi in accademia.

E ho anche visto molta gente all'occorrenza portarsi i figli in ufficio, dove c'è tutto l'occorrente per cambiarli e dargli da mangiare e intrattenerli. Portarli in giro alle conferenze.  E qui io ho sentimenti contrastanti: se da una parte avere intorno dei bambini mi rende felice e rilassata come stare nelle sabbie mobili circondata dai piraña, dall'altra mi sembra una cosa bellissima per la gender equality. 

Oltretutto, girare con colleghi figliomuniti è perfetto per il networking: un sacco di professori importanti si fermano a lanciare un sorriso al pupattolo, e tu -zac! -gli piazzi in mano il tuo ultimo articolo per avere un parere. A meno che il professore importante sia una persona insensibile come, per esempio, me. Certo, crescendo questi bambini probabilmente diventeranno dei disadattati come Sheldon Cooper e giocheranno con figurine di Shakespeare invece che i playmobil, ma preoccupiamoci di una cosa alla volta. 


Così, una volta ero ad una conferenza con due colleghi e il loro bambino di sei mesi. Ad un certo punto lei ha preso a lamentarsi
"Ecco, è dovuta venire anche mia madre per tenere il bambino mentre noi presentiamo. E l'università non ha rimborsato nulla. Quando allattavo le pagavano sia il viaggio che l'albergo. Ora che ho smesso di allattare non più, ma è inconcepibile perché non sono cavoli dell'amministrazione se allatto. E mi offrono si dei soldi per pagare una babysitter e lasciare il bambino a casa, ma certo non lo lascio da solo quattro giorni così piccolo"

Mentre tutti i colleghi tedeschi facevano "ja ja" con la testa, io sono rimasta con gli occhi pallati. La collega ha ragione a lamentarsi, però una cosa sola mi è rimasta impressa nella mente:
L'università da qualche forma di supporto per i bambini durante le conferenze?
In molti posti molte volte manco pagano il viaggio al ricercatore che deve presentare, figurati a sua mamma. 

E quindi niente, nella mia mente ho aggiunto un cuoricino vicino alla voce "Germania", che non sarà perfetta, ma qualche passetto inizia a farlo. 

Ciò non toglie che ehi, i bambini sono molto più puzzolenti dei gatti e danno la metà delle soddisfazioni perché non sono pelosi (ciò lo scrivo soprattutto per tranquillizzare il mio compagno che a questo punto del post sarà svenuto)


Per gli amici lettori: non è che le università siano uguali ovunque, io mi baso soprattutto sulla mia esperienza in America e Germania. Se voi siete accedemici e avete otto figli (ma meno di quarantacinque anni, e nessun genitore/fratello/marito/migliore amico che vi mantiene e vi ha regalato un posto di lavoro) vorrei tantissimo sapere come fate.




giovedì 26 ottobre 2017

#MeToo: Il mio incontro con il Caimano

Era l'anno 2010, avevo 24 anni e stavo a Venezia. Gli Stati Uniti sfoggiavano fieri il loro primo presidente nero, noi stavamo iniziando ad appassionarci a Facebook, la primavera araba non era ancora inizata e Mubarak si preoccupava per quella nipote sfuggita in Italia. 

Io stavo finendo la tesi della specialistica e lavoravo ogni tanto come hostess. La mia giovane mente protofemminista non faceva i salti di gioia ad essere selezionata sulla base del "metro e settanta, taglia 42, sorriso" per spruzzare profumi nei centri commerciali arrampicata sui tacchi. D'altronde, non ero neanche particolarmente entusiasta ad essere una quasi neo-laureata nell'Italia della cris. Trovare solo lavori non pagati nonostante i 110 e lode, gli stage, e le quattro lingue sul curriculum non mi facevano esattamente pensare di avere davanti a me porte aperte e tappeti rossi.

Un giorno trovai un annuncio di un'agenzia che cercava hostess per un convegno. Oltre ai requisiti fisici chiedevano inglese, francese, e esperienze di un certo tipo. Mi presentai al colloquio, incredula che, per una volta, qualcuno fosse interessato al fatto che avessi appena finito uno stage in un'ambasciata. Andai in un hotel a Padova, era pieno di ragazze, aspettai ore, e alla fine mi fecero un colloquio in inglese piuttosto lungo.

Venni selezionata. Mi dissero che era una questione molto riservata, e che non potevano rivelare esattamente di cosa si trattasse. Se non fossi stata irrimediabilemente naive e con una testarda fiducia nella gente, avrei dovuto capire che qualcosa non andava. Ma la paga mi sembrava buona, era un solo giorno, e mi aggrappavo alla speranza che fosse un lavoro da potermi mettere sul curriculum.

Arrivato il giorno, mi dicono di presentarmi alla Fenice di Venezia con tailleur nero, camicia bianca, e scarpe basse. Stupita e sollevata per non dover usare i tacchi, mi incammio per le calli. Man mano che mi avvicino alla Fenice, ecco comparire sempre piu' polizia. Ad un certo punto mi bloccano, la zona e' chiusa. Mi trovo con altre ragazze che avevo visto al colloquio, e spieghiamo che stiamo lavorando per un'agenzia. I poliziotti vogliono un badge, noi non l'abbiamo e non ci vogliono far passare. Arriva trafelata la ragazza dell'agenzia, ci da' i badge e passiamo. E' tesa come una corda di violino e iniziamo a speculare su quello che ci aspettera'.

Arriviamo alla Fenice, siamo un gruppo di una decina di ragazze. Mentre la responsabile dell'agenzia inizia a spiegare cosa dobbiamo fare, ecco arrivare un secondo gruppo di una decina di giovani donne. Sono le ragazze piu' belle che abbia mai visto dal vivo. La piu' bassa mi supera di tutta la testa. la loro pelle e' liscia e levigata come la porcellana, i loro capelli cadono perfetti sulle spalle. Molte hanno un accento che intuisco essere dell'Europa dell'Est. Sono le modelle che devono accompagnare la cena. La responsabile dell'agenzia porta a noi dei panini da mangiare, alle modelle niente.

Mangiamo i panini scherzando sul fatto che a volte essere belle non e' un vantaggio. Le modelle vengono fatte accomodare nella stanza piu' interna della Fenice, mentre noi stiamo nei banchetti dell'atrio. Ci vengono fornite liste di nomi e badge da distribuire alla gente. Addocchiamo nomi conosciuti, e capiamo che e' qualcosa di piu' grosso di quanto ci aspettassimo.

Arrivano uomini della scorta. Guardie in borghese che noi accreditiamo ed entrano nella sala. Iniziano ad arrivare gli Arabi, alcuni con la kefiah in testa. Un uomo ci stringe la mano, in modo forzato, come a mostrarsi simpatico e affabile con il popolo. Io e le altre ragazze ci guardiamo e ci facciamo cenni di conferma: e' Scajola. In un mare di uomini che arriva ed entra in sala, compare una donna bellissima. Piu' bella ancora di tutte le modelle, e ci saluta gentile. E' Afef, al braccio di Tronchetti Provera. Vari politici di Lega e Forza Italia ci passano di fianco, e ormai il gioco tra me e le altre ragazze e' cercare di capire se lui ci sara' o meno. Si vocifera che stanno parlando di petrolio.

Finiamo di dare badge e di accreditare la gente. Gli ospiti piu' importanti non passano dal nostro banchetto, ma hanno un'entrata laterale. Inizia la cena, e noi ci mettiamo in attesa. Arriva la responsabile dell'agenzia, e ci dice che, appena finita la cena, dobbiamo entrare in sala a distribuire delle orride statuette in vetro di Murano agli ospiti. Dovrebbero entrare le piu' carine, ma la responsabile non osa scegliere, e cosi' decidiamo di entrare tutte, tanto piu' che ormai siamo diventate amiche e abbiamo la consapevolezza collettiva di non essere modelle. 

Si aprono le porte, ed entriamo quasi di soppiatto. Tra i tavoli imbanditi vediamo tutti. C'e' quello che in seguito avrei scoperto essere Al Thani, l'Emiro del Quatar. E c'e' Berlusconi, seduto al centro e sorridente come l'imperatore folle di un regno che non vuole ammettere di essere decaduto. La gente inizia ad alzarsi, passa di fianco a noi, che porgiamo le statuette nelle loro confezioni. 


Berlusconi ci si avvicina. Provo una sorta di brivido nel vedere quel suo sorriso plastico, come quello di un clown malefico. Capisco il perche' delle scarpe basse: anche solo dal mio metro e settanta, che mi permette appena di fare la hostess, riesco a vedergli il trapianto di capelli sulla cima della testa.

Ci guarda, una delle regazze gli porge incerta un pacchetto. Lui controlla di essere al centro dell'attenzione, e poi dice a voce alta, in modo che tutti sentano:

"Cosa mi date, ragazze? Un regalo? Perche' non mi date il numero di telefono, invece?"


A tutto questo e' seguito il silenzio. Nostro, suo, dei presenti in sala, di Al Thani e dei suoi soci ed interpreti, che spero non abbiano tradotto. Berlusconi si mette a ridere da solo, il re pazzo che non vede di essere patetico, e se ne va.

Ci siamo indignate, con le altre ragazze. Ne abbiamo parlato e abbiamo provato schifo per noi, per lui, per il periodo storico e il luogo in cui ci trovavamo ad essere giovani e donne. Come lo scrivo qui, a volte racconto quest'episodio in giro in mezzo alle altre storie da cene con amici sulle cose strane che mi succedono. E' quel piccolo sexual harassment da parte di Berlusconi che raccontero' ai miei nipoti come favola di tempi passati in cui la vita era tanto piu' dura. Non e' come essere seguita e terrorizzata da uno sconosciuto, non e' l'uomo che ti molesta sul bus, non e' una storia da mettere su facebook come #MeToo

Oppure, forse, lo e'. Ci stiamo tutti stupendo dal caso Weinstein. Ma cosa c'e' di diverso, qui? Berlusconi nel 2010 era al centro degli scandali di bunga bunga e prostitute. Gli interessava cosi' poco, era cosi' tronfio nel suo piedistallo di potere, che si poteva permettere di paventare in pubblico la sua maschera da maniaco, di vantarsi dei suoi approcci alle donne. Io e le altre ragazze non abbiamo subito nulla perche' non eravamo neanche alla sua altezza. Studentesse di lingue, lettere e filosofia di bellezza media, a caccia nel migliore dei casi di qualche soldo per l'Erasmus, a lui non potevamo davvero interessare. Ma cosa avranno risposto, le modelle che aveva pagato per allietare la sua cena? Avranno potuto rispondere con il silenzio? Che cosa avra' potuto rispondere Afef, all'inizio della sua carriera?

Ho letto questo articolo oggi che parla del fallimento del femminismo italiano. Sono d'accordo con l'articolo, non fosse che il femminismo italiano, forse, non e' mai neanche nato. Certo, c'erano le nostre madri che hanno fatto il 68'. Ma nel 2010 io e le altre ragazze che lavoravano con me avevamo passato tutta la nostra vita sotto Berlusconi. Nel 1994 approcciavamo la preadolescenza nel piu' maschilista dei mondi possibili. Siamo cresciute con le veline seminude in TV, con le palamentari che facevano carriera con favori sessuali. Abbiamo votato per la prima volta sperando di cambiare tutto, e non e' cambiato nulla. Iniziavamo a fare colloqui di lavoro in cui ci veniva chiesto se eravamo sposate e volevamo figli, e in cui vedevamo uomini passarci davanti. 

E in tutto questo ci veniva detto che le battaglie femministe erano finite e vinte, che dovevamo essere felici di avere tutte le possibilita'.

Salvo poi il presidente del consiglio usarci, in pubblico, per le sue squallide battute, perche' per lui solo quello eravamo: degli oggetti sessuali sui quali scherzare. 

Per cui no, il femminismo italiano non e' fallito con le donne che insultano Asia Argento invece di capire che il sistema e' malato: il femminismo italiano deve ancora scrollarsi di dosso tutte queste piccole storie tossiche che ognuna di noi si porta cucite addosso, e iniziare davvero a creare una societa' migliore.

Perche' lui non sara' piu' imperatore, ma ancora ci guarda dalla sua reggia, sussurrandoci che, forse, tutto cio' che possiamo offrire e' un numero di telefono.







lunedì 16 ottobre 2017

Me, too

Ho visto tanti contatti sui miei social networks, uomini e donne, scrivere "#MeToo" sulle loro bacheche. Questo e' quello che ho postato io su Facebook:



In Italiano:

Ho esitato a postare questa cosa. Si, mi e' capitato di avere gente che mi urlasse cose per strada e sessismo al lavoro, ma ho pensato che non fosse abbastanza per scrivere "me, too". Ho pensato che, in qualche modo, fosse colpa mia.

Era colpa mia perche' a volte le mie gonne sono troppo corte, i miei tacchi troppo alti, le mie labbra troppo rosse e le mie magliette troppo strette. Perche' sono troppo amichevole, sorrido troppo, parlo troppo e non indosso un anello. Perche' mi piace ballare, bere, ridere, divertirmi, camminare da sola.

Era colpa mia perche' spesso non sono stata in grado di reagire quando la gente mi urlava cose per strada o mi infastidiva al lavoro. Sentivo che era sbagliao ma non ho mai avuto il coraggio di dire che era sbagliato. Mi sembrava solo un effetto collaterale che dovevo sopportare per essere considerata attraente, essere notata, acquisire un potere che altrimenti non sapevo come ottenere. 

E avevo paura che parlarne avrebbe reso tutto piu' reale, tutto piu' colpa mia. 

E nello scrivere queste parole capisco che non e' colpa mia. E che devo scrivere, come molte altre donne, "me, too".


Ho letto cose molto belle scritte da tanti miei contatti. Gente che faceva notare che anche gli uomini spesso, troppo spesso, subiscono abusi e per loro e' ancora piu' difficile parlarne che per le donne. Che tante vittime di traumi non posteranno un #MeToo perche' non riescono a parlarne, e non si puo' chiedere alla gente di condividere storie che non si sentono pronti a raccontare. Che e' giusto descrivere le proprie esperienze sui social networks ma bisognerebbe fare qualcosa di piu'.

Io mi chiedo spesso che cosa posso fare. E mi ritengo molto fortunata, perche', come scritto nel mio status di Facebook, non ho grandi traumi ma *piccole* orribili storie.

Mi ha fatto venire in mente un episodio che non riguarda nessuna molestia diretta per fortuna, e che avevo descritto qui. In breve, avevo notato che nel mio gruppo di lavoro le donne tendevano a non parlare, a intervenire poco, e la comversazione era sempre dominata dagli uomini. 

Dopo aver pubblicato quel post, ne ho parlato ad un piccolo meeting interno con colleghi, tre uomini ed una donna. La premessa e' che sono tutti persone molto intelligenti che non farebbero mai delle discriminazioni in modo diretto, quindi non ho nessuna intenzione di parlar male di loro, ma piu' che altro sono stata sorpresa da alcune delle loro reazioni quando ho detto che secondo me nel gruppo di lavoro non c'era parita' di genere. 

Uno mi ha dato ragione, e mi ha fatto molto piacere.

Uno si e' sorpreso e ha detto che non se n'era accorto, e che secondo lui non era un problema di genere, ma dipendeva dalle singole persone. Che, per carita', puo' pure darsi. Non e' che il patriarcato sia la colpa di tutto (per quanto ehi, di tanto si)

Uno ha detto che c'erano comunque delle discussioni interessanti e costruttive nel gruppo, specie grazie ad un professore uomo, che chiameremo il Troll.
Io ho fatto notare che, secondo me, il Troll era proprio il problema. E' un uomo estremamente intelligente, di una certa eta', ma che deve continuamente interrompere le persone, degradarle con commenti derisori, intervenire con opinioni non richieste. Va da se', che con le donne tende a farlo di piu'. Una persona cosi', ho detto io, non favorisce una bella atmosfera per lavorare, e non aiuta un rapporto equilibrato tra i generi.

Tutti i colleghi si sono stupiti. Ma come, il Troll e' cosi' famoso nel suo campo. Cosi' intelligente e, inevitabilmente, sarcastico e pieno di humor, hanno detto. Certo, un po' quella tendenza a contraddire gli altri. Praticamente avere come collaga Sgarbi con una dose di troppo di testosterone.

E poi l'unica collega donna presente al meeting ha detto, alla fine il Troll e' cosi' e non lo si cambia. E ha anche aggiunto, e' da anni che questi discorsi vanno avanti, sulla parita' di genere, ma guarda che gia' le cose sono migliorate tantissimo, non hai idea di come fosse dieci anni fa.

Ed e' quest'ultima cosa che mi fa pensare.
Certo, il Troll non molesta nessuna, ha "solo" un atteggiamento maschilista ed irrispettoso. Ma chi l'ha detto che gli uomini non si cambiano?

E certo, ora stiamo meglio di come stavamo prima. Votiamo, lavoriamo, ci candidiamo alle elezioni (e talvolta le perdiamo contro il re di tutti i Troll), ci mettiamo i pantaloni, siamo autonome ed indipendenti. 

Pero' poi, sulle bacheche dei social networks, andiamo a scrivere "#MeToo".

Forse gli uomini dobbiamo cambiarli
Forse il fatto che le cose vadano meglio non vuol dire che non dobbiamo fare di piu'.
Perche' se davvero e' un'esperienza che hanno tutte le donne al mondo, allora il mondo deve cambiare. 




venerdì 5 maggio 2017

Nevertheless, she persisted

Nel mio gruppo di ricerca siamo una ventina, la maggior parte sopra i quaranta, la maggior parte uomini tedeschi. E poi ci sono io, che sono l'unica donna al mondo con piu' di ventun anni a googlare "trucchi per sembrare piu' vecchia" e a sperare che il sole mi causi rughe perche' ho il perenne senso di inferiorita' di lavorare con persone che mi trattano come l'amica scema della figlia.

Tempo fa si dovevano approvare dei fondi per organizzare dei workshop. Questi workshop funzionano che un membro del gruppo decide un tema che gli interessa e invita una serie di esperti nell'ambito da diverse parti del mondo. Uno dei professori tedeschi di una certa eta' (che chiamiamo con affetto Hobbit) propone un workshop in cui ha invitato SOLO UOMINI. Certo, alcuni di questi non erano bianchi e altri non erano eterosessuali. Ma erano SOLO UOMINI.


E si, ci sono molti ambiti dove ad essere invitati sono SOLO UOMINI

In Germania per fortuna pero' tutti crediamo nella gender equality, si sta sempre attenti a scrivere negli annunci che incoraggiano le donne a partecipare e a non discriminare chi va in maternita' e cose cosi'. Una professoressa molto brava che fa parte del mio gruppo ha fatto notare con molta gentilezza la cosa all'Hobbit.

Questo ha risposto secco (o forse solo in Tedesco, che non e' la lingua piu' amichevole al mondo) "eh, ma nel settore ci sono solo uomini".

Ora, noi siamo un gruppo interdisciplinare in cui tutti vengono da discipline umanistiche o al massimo scienze sociali. Se vi siete mai fatti un giro in questo tipo di facolta' universitarie, saprete che sono frequentate in maggioranza da donne, quindi l'Hobbit ha detto una cazzata. 
Ma facciamo un passo indietro e chiediamoci perche' in certi settori ci siano tante donne. 

Secondo un mio collega femminista, e' perche' le donne sono spinte a fare professioni piu' "femminili" (per esempio, fanno lettere per fare le insegnanti), ma anche perche' hanno meno autostima e tendono a fare facolta' in cui lo studio prevale sull'intelligenza (le facolta' di lingue, per esempio, hanno piu' donne perche' richiedono soprattutto uno studio rigoroso di termini e regole, mentre filosofia, in cui tutti sono convinti che serva essere geniali, sono in maggioranza uomini).

Questa teoria non mi convince del tutto perche' e' un po' semplicistica, pero' la trovo interessante.
Sempre lo stesso collega mi ha fatto notare come i campi di studio e le professioni tendano ad essere percepiti come piu' prestigiosi quando c'e' una prevalenza di uomini.
Per esempio, la professione di infermiere era considerata molto piu' illustre quando la facevano gli uomini.
Al contrario le prime programmatrici erano donne (perche' i computer erano usati dalle segretarie) ma ora questa cosa non ce la ricordiamo perche' vogliamo convincerci che l'informatica l'abbiano inventata gli uomini (e pure perche' le donne nerd non piacciono a nessuno, no?)

A meno che non sia Barbie

Le facolta' umanistiche sono quindi prevalentemente femminili e, come causa e conseguenza, tendono ad essere considerate meno prestigiose, creare lavori pagati meno, ed essere chiamate "scienze delle merendine".


Quando pero' si arriva a livelli di istruzione superiori, come dottorati o postdoc, il numero delle donne diminuisce drasticamente e gli uomini emergono assumendo cariche importanti. 
E qui torniamo all'Hobbit: nonostante ad ogni conferenza a cui io sia andata nella mia breve carriera ci sia stato almeno un panel sulla gender equality, le universita' sono tra i luoghi in cui le donne fanno piu' fatica a fare carriera. 
Questo perche' la carriera accademica si basa soprattutto su pubblicazioni e conferenze, e una maternita' crea un imbarazzante buco sul curriculum. Inoltre, per quanto ci siano orari flessibili, la mancanza di contratti stabili e la necessita' di spostarsi spesso rende molto difficile farsi una famiglia quando si e' in eta' fertile (a meno che tu non rimanga fertile fino ai 57 anni). 

E, in ultimo, le professoresse tendono ad essere percepite in maniera piu' negativa rispetto alla controparte maschile: spesso vengono valutate con punteggi piu' bassi dagli studenti e vengono percepite come poco carismatiche dai colleghi che le escludono da conferenze e workshop. Tipo l'Hobbit che, in una disciplina in cui piu' o meno la meta' delle ricercatrici sono donne, reputa opportuno invitare SOLO UOMINI al suo workshop. 

Il mio gruppo di ricerca, incluso l'Hobbit e i suoi compari dai piedi pelosi, si riunisce ogni lunedi' per parlare di cose noiosissime e irrilevanti per scambiarci opinioni intellettuali su svariate tematiche. Dal momento che io sono la piu' giovane appena dottorata e non valgo una cippa sono una giovane volenterosa, spesso prendo appunti sulle discussioni. 

Mi sono accorta con un brivido che lo scorso lunedi', su DUE ORE di meeting, NESSUNA donna aveva detto nulla. Hobbit di varie forme ma tutti uomini avevano monopolizzato il discorso per due ore senza interruzioni, e le donne, che sono poco meno della meta' dei partecipanti, erano state zitte.

Alle due ore di meeting e' seguita una presentazione di altre due ore sull'architettura delle chiese armene nel secolo quinto, e giuro che sono davvero dispiaciuta di essermi persa questo affascinante argomento, ma ho smesso presto di seguirla. Perche' lo so che e' interessante scoprire le similitudini tra le porte armene e quelli islamiche, pero' qualcuno dovra' pure distruggere il patriarcato. Ho cosi' occupato le due ore con un problema piu' pressante: fare un'analisi testuale degli appunti di tutti i meeting precedenti per individuare dei pattern comunicativi. Ho scoperto che il mio gruppo di ricerca ha uno stile comunicativo spesso sbilanciato.

Le donne, infatti, tendono a mettersi meno in mostra degli uomini e a fare domande. Gli uomini, al contrario, dicono la loro opinione occupando piu' spazio e tempo.
Per esempio: collega fa un'interessante presentazione sulle pratiche funerarie in Cina nel duecento avanti Cristo.
Collega Donna: "Grazie mille per l'interessante presentazione. Mi interessano le statuette di bronzo di cui hai parlato: potresti dire di piu'?"
Collega Uomo (Hobbit): "Io mi occupo dei Cristiani in Svezia nel 1800 e delle pratiche di matrimonio, e ora ti raccontero' di tutta la mia ricerca in modo dettagliato per farti capire che tu sbagli" [e continua per i successivi 45 minuti]


Inoltre, gli uomini tendono a prendere la parola senza alzare la mano e ad interrompere le donne che, al contrario, sono piu' timorose a dire la loro. Quando una donna presenta, gli uomini sono visibilmente meno interessati di quando presenta un uomo, a volte anche facendosi apertamente i cavoli propri (e questa cosa gia' una volta l'ho fatta notare e credo che da allora abbiano salvato il mio nome in rubrica come "Rompicoglioni Italica").
Con il risultato che alla fine dei meetings si puo' sniffare il testosterone nell'aria e gli Hobbit si lanciano delle frecciate accademiche tra loro dimentichi del fatto che esistano altre persone al loro tavolo e che no, queste altre persone non sono costituite solo da tette. 

Ho riletto degli articoli dell'Harvard Business Review sulla comunicazione di gruppo che avevo fatto con i miei studenti (volevo mettere pure le citazioni ma questo post sta gia' diventando nerd abbastanza, se volete me lo dite e ve le scrivo) e ho scoperto delle possibili spiegazioni al perche' cio' accade.

Le donne fin da piccole sono abituate ad ascoltare piu' che parlare, tant'e' vero che le bambine spesso costruiscono l'amicizia sul condividere segreti ed esperienze. Allo stesso tempo, tendono a costituire gruppi in cui non spicchi nessun leader, e imparano presto a non mettersi in mostra. I maschi, al contrario, stanno in branchi in cui alcuni emergono come leader. In questi gruppi la cosa importante e' dimostrare di essere meglio degli altri, non assicurarsi che gli altri siano ascoltati.

E tendono a partecipare meno in classe per paura di sbagliare

Come risultato, spesso anche tra gli adulti si riproducono le stesse dinamiche. Le donne tendono a dire piu' spesso "scusa", e parlare di "noi" al posto di "io" per non prendersi tutto il merito individuale. Gli uomini al contrario assumono i meriti di decisioni e successi con piu' naturalezza e cercano di spiccare in modo individuale. Alcuni studi hanno dimostrato che in ambienti lavorativi le donne avevano delle idee molto buone, ma erano percepite dai colleghi maschi come poco brillanti o poco partecipative perche' erano meno aggressive.

Poi, le donne di solito non si vedono in ruoli di leadership, perche' questi vengono ancora spesso percepiti come maschili. E' una cosa inconscia, ma succede: per esempio, il mio SO (ovvero Significant Other, ovvero moroso) in una delle classi che insegna aveva chiesto di formare due gruppi e aveva chiesto di scegliere due leader. Immediatamente, erano stati decisi come leader gli unici due maschi bianchi della classe, che era composta quasi totalmente da donne.
(E, ve lo dico, niente e' piu' sexy di un uomo che si accorge di queste cose e vuole aumentare la gender equality tra gli studenti)

Allo stesso tempo, le donne tendono a parlare molto piu' degli uomini in ambienti informali e sono piu' brave quando devono collaborare. Ho pensato a me stessa e in effetti quando stavo in Colorado, dove facevo parte di gruppi di lavoro piu' piccoli ed informali, partecipavo molto piu' che ora, dove sono uno sperduto Elfo femmina in mezzo a Hobbit e Nani di sesso maschile che fanno molto pesare le gerarchie. 

Queste riflessioni mi hanno abbastanza scossa, perche' ovvio che bisogna pensare alla gender equality in termini di sanita', stipendi, maternita' etc etc, ma come cavolo e' possibile che questo succedesse sotto i miei occhi e io manco me ne sia mai accorta? Se vogliamo cambiare le cose non bisogna mettere le quote rosa, ma bisogna cambiare questa mentalita' per cui a me non lasciano neanche lo spazio per parlare nel mio lavoro e io interiorizzo il fatto di non avere possibilita' di spiccare. Ho quindi deciso di aggiungere questa voce alla mia to do list della settimana:


Poi mi sono accorta che era un po' volgare, perche' io non ci credo che le donne che si comportano bene non facciano la storia, e l'ho cambiato:


Il mio obiettivo per questi prossimi mesi sara' quindi quello di aumentare la gender equality nel mio dipartimento. Fermo restante che tutti i professori cinquantenni ameranno che l'ultima arrivata li cazzia perche' non danno spazio alle colleghe donne, credo sia importante iniziare proprio dai piccoli gesti per migliorare la nostra societa'.

E in generale, credo dovremmo essere tutte un po' piu' consapevoli. Alzare la mano. Intervenire. Parlare. Non essere zittite. Mai. 






giovedì 29 dicembre 2016

La Sindrome di Miranda

(Ovvero: gli uomini preferiscono le sceme)

Sto iniziando a convincermi che hanno ragione Radio Maria e la Westboro Baptist Church: Dio c'e' ed e' un fan sfegatato del patriarcato

Invece, ho ricevuto una macchina per fare il cappuccino

Guardiamo il 2016: muoiono David Bowie, Prince, George Michael, viene eletto Trump a suon di "grabby 'em by the pussy", e infine se ne va l'unica principessa la cui storia merita di essere ricordata. Inizio a chiedermi se non ci sia qualcuno lassu' che davvero si incazza se i gay si sposano e se io mi tolgo il reggiseno.

Questo preludio per giustificare il fatto che il mio post di Capodanno sara' una delle perle femministe di Giupy, particolarmente ispirata dal fatto che ho aspettato un'ora dal parrucchiere leggendo GRAZIA. Ma voi lo leggete Grazia? E' probabilmente scritto da una di quelle persone che fanno i meme anti-vaccini sulla vostra bacheca di Facebook, sia come contenuti che livello di Italiano. Ogni articolo di Grazia che celebra l'importanza di essere bella e magra e di avere certi vestiti provoca una colica ad una femminista della prima ondata. 

Questo mi ha fatto venire in mente un episodio di Sex& the City. Miranda va ad uno speed date e non trova uomini che vogliano uscire con lei. Quando decide di mentire e di dire che di lavoro fa la hostess invece che l'avvocata di successo, trova subito un medico che le chiede di uscire. L'episodio si conclude con il tizio che confessa di aver mentito, e di non essere un medico ma solo un venditore, e di averlo fatto per trovare donne che uscissero con lui.


Trovo l'episodio piuttosto esplicativo: Ops, gli uomini potrebbero sentirsi minacciati se noi siamo piu' di successo. Piu' intelligenti. Con una migliore carriera. E qui possiamo continuare per sempre.

Ammetto che quando per la prima volta ho sentito amiche lamentarsi di non trovare un uomo per questo motivo, ho pensato che esagerassero. In fondo conosco un sacco di donne molto intelligenti che hanno trovato uomini che le amano molto e che non si sentono minacciate da loro.

Poi (dopo aver letto Grazia e aver scoperto quanto poco femminismo ci sia nel mondo) ho fatto mente locale. Conosco tante donne intelligenti che stanno con uomini intelligenti. Conosco anche uomini intelligenti che sono attratte dal modello locale di Chiara Ferragni.
 (scriverei qui che non intendo offendere nessuno, pero' un pochetto una che passa il tempo a farsi fotografie al sedere con su mutande di Topolino e metterle su Internet e ha piu' successo sociale di io che parlo alle conferenze, mi irrita. Yep, gelosia).

Cosi', donne molto intelligenti si mettono spesso con uomini molto intelligenti. Uomini molto intelligenti altrettanto spesso stanno con donne che credono realmente nell'esistenza di vampiri che luccicano nel buio. (meno male che gli ambienti universitari sono ancora molto maschilisti, se non ci fossero piu' uomini che donne la competizione sarebbe spietata) 

Il che mi sembra piuttosto facile da comprendere: c'e' la crisi della mascolinita', uomini hanno bisogno di donne meno intelligenti perche' cosi' si sentono meglio e possono fare un po' di sano mansplaining e siamo tutti felici.


Una cosa pero' non mi spiego: io credo fermamente nella legge della parita' di idiozia fra gruppi. C'e' la stessa quantita' di idioti tra alti e bassi, bianchi e neri, Italiani e Tedeschi, uomini e donne. Se uomini intelligenti si mettono con donne stupide, con chi si mettono le donne intelligenti rimaste single?

Sospetto che queste donne intelligenti si mettano con uomini stupidi. Tuttavia, questa cosa mi manda in crisi, perche' fa vacillare la mia perfetta teoria dell'intellettuale che tornando a casa vuol sentire parlare solo di lacci di scarpe perche' non vuole avere anche nella sfera domestica qualcuno che gli ricorda che non ha mai capito Sartre. Come fa l'uomo stupido a stare con una donna intelligente e non sentirsi minacciato nella sua virilita'? 

Ho elaborato quindi una nuova teoria che si basa su due pilastri, e che non e' assolutamente comprovata ma io ci credo fermamente (commentatemi pure con esperienze vostre personali):

1) Gli stupidi non si rendono poi tanto conto di esserlo. Ci sono uomini positivamente convinti che il verbo havere abbia l'"h" in tutte le sue forme tranne che nella prima e seconda persona singolare presente, che potrebbero sentirsi intelligenti come la loro compagna esperta di Dante, uomini che voterebbero Trump e non pensano di avere un solo neurone meno della moglie politologa. 

2) Non sottovalutiamo il potere della disperazione.
Abbiamo tutti un'amica (o molto piu' d'una) che ci chiede a dire "Com'e' che io sono single e Tizia non fa in tempo a mollarne uno che immediatamente ha gia' uno nuovo?"
Perche', spesso, Tizia non vuole stare da sola. E si accontenta di colui che pensa che i rettiliani ci stanno per governare e che la Brexit avrebbe portato soldi al sistema pubblico sanitario. Tizia non e' mai single perche' il sabato sera guarda Alberto Angela e questo soddisfa la sua dose di intelligenza settimanale, cosi' puo' tornare a parlare di calcio e tubi con il suo ragazzo. Cosi', pian piano, si mette a leggere Grazia e pensa di non essere l'unica, che alla fine va bene cosi', che gli uomini vanno presi per come sono, che forse pure lei puo' nascondere un po' della propria intelligenza per avere qualcuno che tosa il prato. 

Quindi, nel caso la mia teoria fosse vera, vi esorto a cio': cercate di essere consapevoli del vostro QI, e mettetevi con una persona che ha un'intelligenza adeguata alla vostra. Prendetemi per razzista, ma credo fermamente che mischiare diversi livelli di intelligenza non sia mai una buona idea. Uno dei due rimane sempre bruciato. 

Oppure rimanete single, che non c'e' nessun bisogno di mettersi con il caporedattore di Modern Jackass Magazine (espressione coniata da una mia amica) giusto per avere qualcuno da portare ai matrimoni e ai battesimi. Pensate a Miranda, e al fatto che il 2016 e' stato brutto abbastanza: non metteteci anche voi. 





Una delle frasi piu' romantiche che mi sono mai sentita dire e' "Io non potrei mai stare con una persona stupida". Vale piu' di mille altri complimenti.






domenica 30 ottobre 2016

Piu' Femminismo per Tutti

E' abbastanza assodato che essere una donna sia, certe volte, una palla. E non mi riferisco solo al ciclo (si be', pure a quello), ma a differenze di trattamento sul lavoro, nella sfera domestica, a scuola (e qui l'elenco potrebbe continuare per moooolto a lungo).

Una delle frasi che mi e' capitato di sentire e per cui le mie orecchie ancora stanno sanguinando e' "Certo, ora le donne sono uguali agli uomini, ma e' anche diventato tutto piu' pesante perche' oltre al lavoro devono badare ai figli, alla casa... non era meglio quando facevano solo le casalinghe?"

In questa frase che fa venire orgasmi a Costanza Miriano e la pelle d'oca al resto del mondo, c'e' pero' purtroppo un po' di verita'. Certe volte essere donne e' dura perche' da noi ci si aspetta tutto: lavoro, famiglia, etc etc. E non intendo solo il "preparare la colazione per tutti" (il che spesso, purtroppo, succede), ma anche tutto quel lavoro emotivo che e' fondamentale nella societa' e che di solito e' richiesto alle donne. Il fatto di consolare gli altri, esserci quando gli amici/figli/compagni hanno bisogno, ricordarsi di compleanni/festivita' e regali... tutto questo e' prettamente collegato alla sfera femminile.


Qui

(Scrivo questo soprattutto perche' ho dimenticato il compleanno di mia madre e mi sono sentita un mostro, e mi chiedo se fosse stato diverso che fossi stato un uomo e mi fossi dimenticata il compleanno di mio padre, ma non divaghiamo).

Il fatto che le donne debbano accollarsi il lavoro emotivo delle proprie relazioni, il lavoro reale della propria carriera e tante volte pure i lavori domestici nasce da alcuni presupposti fondamentalmente sbagliati della nostra societa' che sia uomini che donne perpetuano senza accorgersene (o a volte accorgendosene, ma a me piace dare il beneficio del dubbio).

Un'altra frase che mi fa venire voglia di infilarmi la cera nelle orecchie a mo' di Ulisse con le sirene e' "Ma lui e' un uomo, non e' capace di (inserire qui a scelta: cambiare pannolini; pulire il pavimento; ricordarsi del compleanno di un amico; cucinare un risotto; indossare calzini appaiati; stirare; stare a tavola senza ruttare)".

Frasi di questo tipo sono ovviamente dannosi per le donne, perche' se i nostri padri/figli/mariti/amici con pene sono impossibilitati a compiere certe azioni, ce le dobbiamo accollare noi. E pare evidente che farci qualche parcheggio a "S" e montare l'occasionale mobile IKEA non e' uno scambio equo per il quotidiano lavare/cucinare/stirare/organizzare feste di compleanno, quindi la mancanza di gender equality la soffriamo piu' che altro noi. 

Ma queste frasi sono particolarmente dannose anche per gli uomini, e non solo per le donne. Per due fondamentali motivi:

1) Connota gli uomini come esseri fondamentalmente idioti. Com'e' possibile che una persona normale non sappia pulire il pavimento? Voglio dire, basta prendere scopa e mocio, e pulire. Poi si fa un test semplice semplice: si guarda il pavimento, e se e' pulito, bene, altrimenti, si torna al punto uno. Capiamo che ammettere che il proprio marito/figlio/padre non sappia fare questa cosa e' un po' come dire "Ah, ho sposato un coglione" ed essere felice della cosa. 

Vorrei portare un breve esempio di questa cosa. Un'amica mi ha raccontato di una sua amica (che io non conosco perche' - per fortuna! - vivo in una bolla femminista dove certa gente non entra) che non poteva uscire il sabato sera, perche' doveva stare a casa con la bambina piccola e il marito. Se usciva, doveva chiedere a qualcuno di curare figlia e marito.
Io non giudico senza conoscere, quindi mi sono informata:
Il marito di questa persona e' priva di arti? E' in coma? 

Avendo avuto una risposta negativa ad entrambe, mi sono permessa di dire che questa coppia e' formata da decerebrati, perche' una donna non dovrebbe fare un figlio con un uomo che non e' in grado di tenerlo, e un uomo non dovrebbe fare un figlio con una donna che lo considera chiaramente un uomo di Neanderthal (ammesso comunque che secondo me l'uomo di Neanderthal sapeva cambiare i pannolini). E la cosa piu' agghiacciante e' che codeste persone contribuiscono al continuo della specie.





2) Il fatto che certe cose siano considerate prettamente femminili limita molto gli uomini nelle loro scelte. Ora molte famiglie non seguono piu' il modello lui-porta-la-pagnotta-lei-lava-e-cucina, e questo potrebbe far sentire gli uomini un po' minacciati. Parlando con un'amica della bolla femminista in cui vivo, lei ha esposto la teoria per cui mo' tutti si fanno crescere la barba non perche' siano hipster, ma perche' gli uomini si adornano di peli la faccia quando la mascolinita' e' in crisi.

Premesso che non so se la cosa della barba sia vera, la crisi della mascolinita' e' certamente in agguato: uomini che non sono piu' gli unici a guadagnare soldi, che si trovano donne che ne sanno quanto loro sul lavoro, che vivono in una societa' che sta seppellendo sempre piu' il modello patriarcale di famiglia. E' facilissimo non essere all'altezza delle aspettative. 

Le soluzioni, a modesto parere di Giupy, sono due: o decidiamo che oltre ad avere il ciclo, farci il mazzo al lavoro, pulire casa, essere emotivamente supportive fingiamo di essere meno brave di quello che siamo cossicche' i nostri uomini non si sentano minacciati dal nostro successo, OPPURE la smettiamo di pensare che un vero uomo debba essere quello che fino ad ora abbiamo pensato essere un vero uomo.

L'idea che gli uomini siano intrinsicamente incapaci di fare delle cose li ingabbia in un'idea di mascolinita' che non necessariamente va bene per tutti. Esistono uomini a cui non piace il calcio. Le automobili. Che guadagnano meno delle compagne. Che vogliono stare a casa a pulire e curare i figli. Che amano stirare, cucinare, fare la spesa. Che a volte hanno voglia di piangere, o di chiamare un amico, o di organizzare una sorpresa carina per il compleanno di qualcuno. Sara' difficile da credere, ma ci sono uomini che amano fare shopping e abbianare vestiti. 

Se io posso diventare scienziata, professoressa, astronauta, lo devo fare in un mondo in cui gli uomini possono diventare casalinghi, ostetrici, ballerini. Se io non voglio essere chiamata stronza quando espongo le mie idee o mi faccio valere, lo devo fare in un mondo dove un uomo non venga sminuito perche' e' dolce, gentile e si preoccupa per gli altri. 

E a me un mondo con piu' uomini cosi' non spiacerebbe


Il femminismo deve dare la possibilita' sia alle donne che agli uomini di scegliere quello che vogliono fare, in liberta'. Di esprimerci liberamente a seconda del nostro carattere, e non del comportamento in cui ci hanno incasellati.

Per cui smettiamo di dire che gli uomini non sanno fare le cose. Le sanno fare benissimo. Forse, hanno solo bisogno di un mondo in cui le possano fare liberamente. 

E ora, lettrici donne, prendete i vostri mariti e fategli subito cucinare un dolce. Io sono due settimane che monto mobili IKEA, e vi giuro che si puo' fare.