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giovedì 4 aprile 2019

I Servizi Segreti

Vi è mai capitato di prendere una decisione che sembra geniale ma, quando poi la raccontate in giro, vi rendete conto che potrebbe essere un'idea di merda?

Per esempio, io ho un contratto di ricerca ma ho deciso di insegnare un corso facendo ore di lavoro extra non pagate solo perché mi mancava insegnare. Senza che nessuno mi chiedesse. E questa dev'essere una qualche sorta di sindrome di Stoccolma perché quando insegnavo in passato in realtà i miei alunni di solito mi facevano uscire dagli stracci.

Se quindi la mia decisione già di per se era discutibile, mi sono poi scontrata con un nuovo problema: i Bradipi dell'amministrazione che detengono il potere di permettere alla gente di insegnare un corso.

Foto di un Bradipo carino e cuccioloso

Difatti, le Sacre Procedure prevedono che, per attivare un corso, bisogna:

- Avere un lettore di carta digitale, che per fortuna avevo già in ufficio (FREGATI Bradipi!)

- Avere una carta di riconoscimento dell'università, che io avevo MA era scaduta, quindi sono andata a farla in un remoto ufficio dove nessuno parlava Inglese (e qui ho potuto sfoggiare tutto il mio tedesco con GRANDE gioia)

- Avere un PIN per la suddetta carta, che non è una semplice password da chiedere online, ma viene data oscurata tipo gratta&vinci perché chiaramente la Stasi potrebbe impossessarsene e andare a vedere quanti studenti ho bocciato.

- Chiedere l'autorizzazione ufficiale del coordinatore del dipartimento e spedirla per posta COME FOSSIMO NEL 1991. E, per inciso, io l'ho spedita DUE volte perché il coordinatore aveva dimenticato il TIMBRO, e qui ormai siamo nel 1800. Perché, chiaramente, l'università sarà piena di gente con l'intenzione fraudolenta di attivare dei corsi universitari inutili per pura cattiveria, mwahahaha. 

Capiamo quindi che, in più frangenti in questo processo, mi sono chiesta se per caso "insegnare un corso" non sia in realtà una parola in codice per "entrare nei servizi segreti".

Ad ogni modo, con carta, lettore, pin, e autorizzazione, è possibile aprire le registrazioni del corso online.
E poi creare una pagina per gli studenti in un altro sito, che sia mai la procedura si semplifichi troppo.

A questo punto, ero fiduciosa di riuscire ad insegnare. Non avevo però considerato un altro ostacolo: aprire la porta dell'aula dove insegno e connettere il computer al proiettore.

E a questo punto, è tornato all'attacco un Bradipo con le Sacre Procedure:

- Bisogna mandare una mail ufficiale a dei piccoli Umpa Loompa che, per un procedimento MAGICO, attivano la tua chiave automatica in modo che apra la porta dell'aula.

- Andare dal Bradipo capo nel suo ufficio e cercare una magica scatolina blu contenenti le chiavi per il proiettore. Compilare un modulo.

- In un altro cassetto, prendere un adattatore o un computer. Compilare un altro modulo.

- Andare nell'aula, aprire lo sportello che connette al proiettore, attaccare il computer, e finalmente far funzionare il power point.

Ripetere ogni settimana.

Certo, insegnare è una grande gioia e presenta tante sfide, ma credo che la parte difficile di questo corso che è iniziato da un giorno, l'abbia già superata. 

giovedì 11 ottobre 2018

Formaggio e Cipolle

Hans sta camminando per il Triangolo delle Bermuda, il luogo della movida di Mordor. Si chiama così perché dovrebbe essere un incrocio di tre strade, ma in realtà è una lunga via con bar, ristoranti, e talvolta studenti che vomitano. La domenica è talmente vuoto che, mi giurano, ci hanno ambientato un fumetto che parla di zombie.

Ma Hans è li in un caldo sabato pomeriggio che brulica di Tedeschi pronti a godersi i sette gradi di raggi pallidi. Mentre si sposta da un bar all'altro con in mano la sua birra, Hans capisce di avere fame.

Da buon Tedesco, si avvicina ad un banchetto che fa currywurst. E' una pietanza che mischia il grasso con i coloranti chimici, ma Hans trova che non sia abbastanza. Legge su un cartello posto di fianco al banchetto che è possibile aggiungere formaggio e cipolle.

Facciamo un po' di pubblicità al currywurst, dai


"Buongiorno, vorrei un currywurst per favore. Con formaggio, ma niente cipolle, grazie" ordina Hans.
Mentre la rubizza signora del banchetto spalma con vigore la salsiccia di curry, Hans si perde a guardare quei due o tre ratti che escono dai buchi dei lavori in corso e felici girano per le strade di Mordor. 

"Ecco" dice brusca la signora, porgendo la vaschetta del currywurst.
Hans mette le monete sul banchetto e afferra la vaschetta. Rimane presto deluso: ci sono sia formaggio che cipolle.

"Mi scusi" chiede, educato "Io avevo chiesto solo formaggio, ma niente cipolle. Non mi piacciono le cipolle"
Hans è tedesco dalla punta dei capelli alla punta delle crocs, e non è possibile che ci sia stato un problema di comunicazione con la signora dei currywurst, and lei teutonica da generazioni.

La signora però si secca, scuote un po' la grossa testa, si mette a giocherellare nervosa con la collana di finte perle che ha al collo. E' chiaro che non vuole rifare il panino.

"Bè, è stata colpa tua" dice infine "FORMAGGIO VUOL DIRE CIPOLLE"

E Hans si è dovuto mangiare le cipolle che odia.



(Questa è una storia vera raccontata da un amico tedesco a cui qui ho cambiato il nome per privacy. Il contesto era il seguente: Io mi stavo lamentando del fatto che i Tedeschi non si prendono mai la colpa di nulla e anche quando sbagliano loro incolpano te. Lui con questa storia mi ha fatto sapere di pensarla allo stesso modo)

domenica 9 settembre 2018

La Maledizione di Lufthansa


Certe volte ho degli incubi dove devo andare da qualche parte e non riesco perché non ci sono i voli, arrivo in aeroporto ma non trovo nessun aereo, e so di essere in ritardo per un evento importante ma nonostante i miei sforzi non riesco a trovare una soluzione. Mi sveglio orribilmente frustrata e mi dico “Calma, Giupy, è solo un sogno, non succederà mai”

Tranne quando, ovviamente, è successo.

Arrivo con Compagno & Colleghi all’aeroporto per andare in Colorado, ad una conferenza. Per me non è un viaggio di lavoro, è molto di più: tornare dopo due anni dove ho fatto il dottorato, rivedere delle persone molto importanti e poi, già che c’ero, andare alle Hawaii.


A Dusseldorf, mi fermano per un controllo a campione per vedere se ho gli esplosivi. “Si vede che sembri una terrorista” mi fa notare la mia collega Marocchina, e sì che non avevo ancora quel color cioccolato che ho adesso dopo due settimane di Hawaii.
Risulta che ho degli esplosivi in borsa. Mi innervosisco e preoccupo: ho molti difetti, lo ammetto, ma essere una bombarola non è ancora tra questi.
Però il bradipo della sicurezza (perché come già ho spiegato, certi lavori in Germania sono subappaltati a questa simpatica specie di animali pelosotti) mi rassicura: ci sono molti altri oggetti che possono contenere materiali che assomigliano agli esplosivi, tipo computer, o e-book reader.
Nel mio caso, era il mio beauty con i trucchi Kiko.
Me ne sono andata contenta di non essere spedita a Guantanamo, e lievemente preoccupata al pensiero di quello che mi spalmo in faccia.

Voliamo fino a Francoforte, e lì ci mettiamo in fila per il controllo passaporti. La fila è lunga. La fila è lenta. La fila non si muove.
Ci chiediamo cosa succede, finché non arrivano dei bradipi alla sicurezza che iniziano a sussurrare piano che bisogna uscire dall’aeroporto. Non c’è nessun annuncio, solo gente che lentamente inizia ad allontanarsi dai gates seguendo i bradipi. Il controllo passaporti è chiuso, i gates sono chiusi e tutti i negozi si svuotano. Un aeroporto fantasma.

Seguiamo la massa di gente, e ci ritroviamo nell’area check in dell’aeroporto. I tabelloni con i voli sono impazziti e non abbiamo idea di quando partirà il nostro aereo. La gente si accalca sempre di più, non possiamo uscire e non possiamo muoverci. I bradipi dell’aeroporto non ci danno nessuna informazione ma cioccolato e patatine, probabilmente perché sono convinti siamo dei bambini in bisogno di iperattività e presso la loro specie questa è la procedura da seguire.

Lufthansa ci manda un messaggio sul cellulare dicendo che FORSE c’è qualche problema


Decidiamo di fare una fila interminabile al banco Lufthansa, la nostra compagnia. La gentilissima bradipa ci dice che l’aeroporto è stato chiuso per un controllo di sicurezza, ma di avvicinarsi al gate il più possibile che presto riapriranno e noi partiremo per Denver.

Purtroppo, ella mentiva.

Quando proviamo ad avvicinarci ai gate con un gruppo di persone che, come noi, era stato così istruito dalla gente Lufthansa, veniamo bloccati da una massa di poliziotti. Per dei motivi che non so spiegarmi questi hanno in media dodici anni e mezzo e sono molto nervosi. Credo che il nervosismo derivi dal non sapere cosa fare e dal non avere ancora raggiunto la pubertà. Un biondino con riga da parte inizia a sbraitare in tedesco in quel modo che si vede solo nei film sulle SS, e ci intima di tornare ad ammassarci nell’aerea check in.
Lo facciamo, e vedo una madre sola con tre figli allattare in piedi in mezzo alla ressa, sorridendo.
Ella è da questo momento il mio eroe.

Scopriamo dalle news su Internet che la motivazione della chiusura dell’aeroporto è un problema di sicurezza. Apparentemente, una famiglia francese è arrivata al gate senza aver passato il controllo di sicurezza.
O meglio, l’ha passato, ma, come me, è risultata positiva agli esplosivi.
Il bradipo addetto alla sicurezza, probabilmente lo stesso che ho trovato io, ha deciso che doveva trattarsi di un computer o dei trucchi radioattivi della Kiko.
Li ha fatti passare lo stesso.
Poi, in un momento di epifania, si è detto “Oh cazzo! E se fossero dei bombaroli davvero?”
E lì si è chiuso l’aeroporto per cercare di catturarli.

Apparentemente, però, i bradipi di Lufthansa non avevano alcuna procedura per gestire questa cosa, e quindi hanno scelto una facile strategia: la menzogna.

Così, una volta compreso che il nostro volo non sarebbe mai partito, facciamo una fila lunghissima al banco Lufthansa dove un bradipo ci ha dato dei biglietti per il volo del giorno successivo. Chiediamo di riavere le valigie che avevamo imbarcato la mattina, ma non è possibile perché le Sacre Procedure dicono che non si fa.
Così ci danno dei beauty case con dentro spazzolino, dentifricio, e una maglietta bianca per grandi obesi taglia XXXXXL. Niente mutande, perché evidentemente Lufthansa non reputa importante cambiarsele tutti i giorni.
In compenso, c’è la vaselina, per scopi che ancora non so spiegarmi.

Ci mettono su un taxi e ci spediscono a Wiesbaden, un luogo ameno fuori Francoforte. Fiduciosa, vado a cena nell’albergo, sperando di mangiare qualcosa che non sia patatine o cioccolato.
Il cameriere però ha dei disturbi mentali e mi insulta pesantemente quando gli dico che sono celiaca e che no, non posso mangiare la pasta. Mi lamento con la receptionist che dice che purtroppo non mi darà da mangiare ma mi offre una bevanda alcolica, cosicché possa dimenticare le mie sofferenze.


La mattina dopo, indossando le magliette da grandi obesi sulle quali volevamo scrivere “Lufthansa ti odio”, arriviamo di nuovo in aeroporto. Siamo tutti stanchi, e io un po’ hangover. Andiamo fiduciosi verso il nostro volo, quando scopriamo che in realtà il nostro non è un vero biglietto. E’ solo una lista d’attesa. Ci sono circa 50 persone sulla lista d’attesa, e il volo è, pensate un po’, pieno.
Dalla lista d’attesa vengono selezionati secondo non si sa quale criterio i coniugi Olsen, gli unici che potranno partire. Uno dei miei colleghi finge di chiamarsi Olsen per essere imbarcato al loro posto e la cosa non funziona, però ora è il suo soprannome.

Una donna piange disperatamente.

Chiediamo ai Bradipi del banco Lufthansa che non sanno dirci quando potremo imbarcarci. Ci indirizzano ad un altro banco. Ma mentono.

Dove facciamo una coda di ore, e poi ci indirizzano ad un altro banco. Sempre mentendo

Dove facciamo una coda interminabile, e poi ci dicono di andare da un’altra parte. A questo punto non speriamo più che l’informazione sia corretta.

Tutto questo nutrendoci solo di cioccolato e patatine che i bradipi ci lanciano, e inframezzato da numerosi controlli di sicurezza tra una zona e l’altra dell’aeroporto, nei quali io risulto quasi sempre positiva agli esplosivi. A volte è il computer, a volte i trucchi di Kiko, a volte inizio a sospettare di essere davvero una bombarola.

E’ però un incredibile esercizio di team building. Io e i miei colleghi ci raccontiamo tutte le nostre vite, condividiamo i segreti più intimi, ci vediamo nei momenti più bassi, e ora siamo amici per la pelle.

Arrivati a sera troviamo finalmente una bradipa che ci da una buona notizia: abbiamo sette posti per il volo del giorno dopo per Denver.
“Grazie!” gridiamo noi entusiasti “Prenotali!”
Però lei per ragioni a noi misteriose e che sono scritte nelle Sacre Procedure non può prenotarli. E poi sta per staccare. Ci dice di andare ad un altro banchetto, chiama la sua collega e ci dice che ci farà la prenotazione.

Purtroppo, ella mentiva.

La collega bradipa, infatti, ci dice che i sette posti non ci sono più. Nel tempo di spostarci da un banchetto all’altro sono tutti scomparsi, proprio come la nostra fiducia e gioia di vivere. Così ci dice che dovremo viaggiare tutti separati, alcuni il giorno seguente, alcuni due giorni dopo. Con il suo lentissimo dito inizia a mettere i dati di ciascuno di noi nel computer, proponendoci dei comodi cambi: “Ma andare a Denver passando da Kuala Lumpur e andando a dorso di mulo fino ad Hong Kong?”
Al grido di “Love wins”, però, io e il compagno riusciamo a viaggiare assieme.

Ci ridanno le nostre valigie (era, apparentemente, possibile) e ci mandano in albergo ad Offenbach, un posto così isolato che i miei amici che hanno passato li due giorni avevano come unico posto in cui mangiare Mc Donald’s, dove hanno consumato tre pasti per variare da cioccolato e patatine. Ora sono della taglia giusta per la maglietta da grande obeso.

Il giorno dopo, stavolta con mutande pulite, torniamo a Francoforte. Ormai conosco l’aeroporto come le mie tasche e inizio a sudare e tremare appena entro, dal tanto mi evoca brutti ricordi.
Una bradipa della Lufthansa, sentendo le nostre disavventure, dice che meritiamo una compensazione e ci da un buono di dieci euro per mangiare qualcosa che non siano cioccolato e patatine. Con dieci euro all’aeroporto di Francoforte si comprano più o meno due bottigliette d’acqua e qualche caramella.
Ci imbarchiamo io e Compagno per Londra, e il volo è in ritardo.

A Londra, corriamo come dei forsennati per non perdere la coincidenza. Ancora una volta decidono di controllarmi alla sicurezza perché assomiglio ad una terrorista e la bradipa che si occupa della mia valigia ci mette circa 45 minuti. Solleva ogni boccetta di shampoo e lo rigira tra le lunghe unghie, mentre io vedo che il mio volo si avvicina e sto impazzendo. Ho un qualche rimpianto all’idea di non essere davvero una bombarola.

Solo che le mie angosce erano vane perché il secondo volo, per Washington, è anch’esso in ritardo. Saliamo già sapendo che dobbiamo passare una notte a Washington e davanti a noi si siedono dei rednecks che subito tirano indietro i sedili schiacciandoci.

Però già possiamo gioire: siamo sfuggiti dalle grinfie di Lufthansa perché ora si tratta di British Airways. Quando spiego che devo mangiare senza glutine mi danno il cibo della prima classe, e appena arrivati a Washington un’impiegata gentilissima ci aspetta dopo i controlli passaporti con già pronto il voucher per l’hotel.

Tutto così liscio che non si direbbe neanche che questa sia la terra di Trump.


Nel bar dell’hotel possiamo spendere 100 euro di cibo offerto da British Airways, ma è tardissimo e possiamo prendere solo dei succhi. La mattina dopo sono tentata di offrire un cappuccino a 30 homeless per usare tutto il buono, ma purtroppo l’albergo è talmente isolato che non si trovano neanche loro.

In aeroporto ci dicono che siamo su una lista di attesa, ma in pochissimo tempo, probabilmente alla vista della bava schiumosa verde che mi sta uscendo dalla bocca, ci confermano il biglietto.

Arriviamo finalmente in Colorado, la terra più bella del mondo.


Ho perso quasi tutta la conferenza, non ho potuto vedere alcune persone a cui tenevo, e con altre ci ho passato un solo giorno, ma… non c’è nessun ma. E’ stato orrendo e spero che Lufthansa venga soppiantata da un servizio di unicorni volanti velocissimi che producono zucchero filato e MAI cioccolato e patatine.

Poi però abbiamo potuto lo stesso passare del tempo in America e fare una splendida vacanza, anche con i miei colleghi che adesso sono diventati i miei migliori amici, soprattutto Olsen.

E in una cittadina del profondo Colorado costruita ai tempi dei cercatori d’oro e minatori, in un albergo con saloon rimasto uguale dal 1890, ci mettiamo a bere una cosa con una donna che stava andando a piedi con suo padre da Denver a Durango in sei settimane e che di lavoro fa nascere i bambini in casa.
“Io ho vissuto in Germania” ci dice, tutta contenta “A Wiesbaden. Ci siete stati?”
Ordino subito un altro bicchiere.


In tutto questo, la morale è che ora farò causa a Lufthansa per tutti i soldi che ho perso con le prenotazioni degli alberghi saltate e anche marginalmente per il fatto che tenere le genti tre giorni in un aeroporto tra bradipi e cioccolato non è esattamente salutare.

Tuttavia, la storia non è finita, perché pare che Lufthansa ci abbia appiccicato addosso una sorta di maledizione, a tutta la famiglia:
-       Dopo un viaggio di ritorno che contemplava tre voli di cui due voli intercontinentali in due notti e dieci ore a Denver, Compagno è dovuto andare a Bruxelles e poi di nuovo in Germania, viaggio che ha fatto, per un guasto al treno veloce, su un BUS DI LINEA.
-       Io avevo un biglietto andata e ritorno per andare a Parigi. Non ho potuto prendere l’andata perché ho dovuto viaggiare in un altro modo, e di conseguenza Air France mi ha cancellato anche il ritorno
-       I miei genitori su un altro volo sono rimasti bloccati un’ora perché il pilota aveva sbagliato la manovra e non poteva aprire le porte.

Perché è importante sapere che alla sfiga non c’è necessariamente fine.




mercoledì 4 aprile 2018

La Biblioteca dei Bradipi


Sono orma settimane che sto nella mia caverna. Ogni tanto guardo il cielo grigio di Mordor dall’uscita rocciosa, a volte mi capita di veder volare un Nazgul. Ho la pelle ormai squamosa, se ci fosse luce probabilmente mi vedrei grigia, come le pareti della caverna. Sono sicura di essere in grado di parlare, ma è da tanto che non sento il suono della mia voce.

Ma ormai il giorno è arrivato. Ho finito il mio libro

(Lo so, lo so, la parola “libro” desta subito ammirazione. Come Piccole Donne! Come Jane Eyre! Come l’Amica Geniale! No. E’ un libro accademico, di cui mi daranno il 5% delle vendite. A giudicare da quanto mi aspetto che venda, farei forse meglio a chiedere cinque euro ai miei genitori)



Sto scribacchiando le ultime righe, quando con terrore mi accorgo di una cosa. Devo consultare un libro per una citazione. Mi infilo veloce il cappello verde di Robin Hood e cerco di scoprire se il libro esiste da qualche parte in rete, fino a rendermi conto velocemente che ho solo una soluzione:

Andare nella biblioteca dei Bradipi.




Esco nella nebbiolina di Mordor, una lieve pioggia mi bagna le squame sul viso. A testa bassa e cercando di respirare mi avvio verso la giungla dei Bradipi, pronta ad affrontare ancora una volta la burocrazia crucca.

Arrivo sorridente al banco della biblioteca, dove un Bradipo mi saluta cortese.

“Non puoi portare quella” dice, indicandomi la borsa.
Certo, mi dico. Hanno paura che io rubi un libro sui cocci di terracotta trovati a Vaffanculandia del secolo terzo prima della nascita di Cthulhu.

(In alcune università per questo motivo gli studenti girano con borse trasparenti, ammesse nelle biblioteche. Prima o poi vorrei passare un pomeriggio all’entrata di queste università e vedere quanti giornaletti porno, mutande usate, vibratori, assorbenti, spillette dell’Afd, copie del libro di Trump riesco a vedere)

Chiedo al Bradipo dove posso lasciare la borsa, e lui mi indica un vago punto nel corridoio.

Arrivo davanti ad una fila di coin lockers. Sono quasi tutti presi, ma ne trovo uno minuscolo libero. Apro, prendo computer e un paio di altre cose dalla borsa, e provo a richiuderla.
Non si chiude.
Mi accorgo che bisogna metterci dentro la monetina come i carrelli dell’Esselunga.
Ma i cinquanta centesimi non vanno bene. Neanche un euro. Ce ne vogliono DUE.

Senza scoraggiarmi, rimetto tutto in borsa, prendo la borsa, e torno dal Bradipo della biblioteca a chiedere dove posso cambiare i soldi. Mi indica vagamente un bar di fronte, da cui escono degli strani fumi mefitici.

Entro al bar, faccio la fila e mi trovo davanti ad un Bradipo, che mi chiede gentile cosa voglio
“Cambiare i miei soldi” dico con un sorriso.
Il Bradipo mi indica lentamente con la lunga unghia un cartello piccolissimo vicino alla cassa che dice “noi non cambiamo i soldi”

“Prendo un caffè allora” dico in fretta.
Il Bradipo fa un cenno al collega, che si mette a girare in un calderone acqua, caffè, latte, scorie radioattive, melma, e persone tritate. Mi pone poi un beverone fumante che esala gli stessi odori dei canali di Venezia.
“Posso berlo in biblioteca?” chiedo io, sapendo già quale sarà la risposta.
Il Bradipo sta ancora scuotendo la testa in un “no” mentre io mi metto in un angolo a sentire la brodaglia calda che, bruciante, mi scende nello stomaco, tenendo ben stretti i miei due euro di resto.

Vado al coin locker, infilo la borsa, tiro fuori il computer ed altre cose, infilo i due euro, e chiudo. Il Bradipo della biblioteca, però, ha ancora qualcosa da obiettare.
“La giacca”
“Bella vero? L’ho presa con i saldi, ultima moda a Barad-dûr…”
Da come oscilla il capo, comprendo che vuole che me la tolga.
Perché chiaramente sarà pieno di gente che il libro sui cocci di Vaffanculandia se lo mette sotto la giacca. Oppure è scritto nelle Sacre Procedure e, violandole per farmi entrare con la giacca, il bradipo potrebbe morire.

Torno al coin locker, apro, spingo dentro la giacca, pressandola bene negli angoli polverosi tenendo nel frattempo computer ed altri oggetti sotto l’ascella, chiudo bene con una liana e torno dal Bradipo della biblioteca.

Mi chiede il tesserino, che passa lentissimamente sotto uno scanner.
“Devi restituire un libro. Sei in ritardo” sentenzia.
Al che mi vengono in mente le email in Tedesco che ho ignorato mentre ero nella mia caverna a scrivere. So di aver sbagliato, ma ci pensa il destino a punirmi: il libro è chiaramente nel coin locker.

Dopo un altro viaggio per il corridoio, torno dal Bradipo della biblioteca con il computer sotto un’ascella, la penna in bocca, il bloc notes in testa, e il libro sotto l’altra ascella.
“Ecco il libro” dico.
Il Bradipo mi guarda in silenzio, per poi dire, lentamente “sono cinque euro”
Rimango stupita. Non dalla multa che, in Germania, mi sembra perfettamente normale. Ma dalla compostezza del Bradipo. Io ho mancato di rispettare le SACRE LEGGI DELLA BUROCRAZIA e lui non mi dice nulla? Mi lascia andare così, senza farmi sentire una nullità, un’idiota, un pericolo vagante per la società perfetta?


Gli porgo velocemente i cinque euro scusandomi a mezza voce per la mia stupidità, in modo preventivo.
Il Bradipo increspa lentissimamente le labbra in un sorriso, e mi indica La Macchina.
Al che capisco perché non ho avuto nessuna punizione verbale: il sistema ha già trovato un metodo per punire i traditori della biblioteca.

La Macchina serve per pagare le multe sui libri che molti studenti usano per scrivere le loro tesi. C’è però un paradosso di fondo: per usare La Macchina bisogna già aver scritto una tesi ed avere almeno un dottorato.
Serve infatti inserire una stringa numerica che fa invidia a Fibonacci che va dedotta da un foglietto unto che il Bradipo si era probabilmente messo nel naso poco prima di darmelo.
Io, fortunatamente, un dottorato ce l’ho e così riesco a comprendere il funzionamento de La Macchina e ad inserire i cinque euro al suo interno. Dietro di me nel frattempo si forma la fila, ma nessuno sembra preoccuparsene, perché sono tutti Bradipi e sanno fare le cose con calma.

Torno dal Bradipo e gli mostro trionfante la ricevuta che mi ha dato La Macchina.
Per la prima volta mi sembra soddisfatto, e mi lascia entrare nella biblioteca, passando sotto al metal detector che chiaramente serve a scovare chi tenta di rubarsi una vergine di ferro dalla sezione medievale.

Mi inizio ad aggirare tra gli scaffali, con il computer sotto l’ascella e tutto il resto. Saltello su delle ninfee, aggiro delle paludi, mi arrampico su delle palme finché, finalmente, davanti a me, si erge il libro che mi serve. Lo afferro mormorando “il mio tessssoro!” e facendo cadere il bloc notes che stava sotto l’ascella, quando mi accorgo di un problema:

Per prendere il libro dovrò tornare dal Bradipo e ricominciare un’altra trafila burocratica per il prestito.

Mi guardo in giro, sento il bisogno impellente di avere una borsa per infilarci il libro, un cappotto, un qualcosa che mi permetta di portarlo fuori di nascosto.
Sospiro tristemente: i Bradipi con le loro regole sono stati più furbi di me.
Guardo con invidia il superciccione che sotto il maglione potrebbe nascondere tutta la treccani e la ragazza Musulmana che sicuramente può infilarsi tutti i Testamenti sotto il velo.

Ripromettendomi di ingrassare o convertirmi, decido di consultare il libro in loco, sedendomi nel sottobosco. Dopo una decina di minuti la trovo, la citazione che mi serve, apro febbrilmente il computer mentre un paio di Orchi mi scavalcano per gettarsi in una palude fangosa.
Ma io non ci faccio caso, perché con trionfo inserisco l’ultimo numero di pagina nel file e il mio libro è finito.

E’ tempo di salutare il Bradipo e uscire, sentendomi non più un mostro grigio ma una bellissima falena (sempre grigia, eh, perché non è che a Mordor ci siano i colori).
Ah, sospiro, finalmente posso godermi un po’ di vacanze, lontano da Mordor, lontana dai Bradipi.






“Il volo per l’Italia è in ritardo di un’ora perché sull’aereo da Manchester c’era un hooligan che ha votato Brexit e che si è messo a fare cose che l’hanno portato all’arresto, quindi ora i voli sono tutti ritardati, come vogliono le Sacre Procedure” mi dice, sorridente, il Bradipo dell’aeroporto.
Ma questa è un’altra storia.