Post più popolari

domenica 9 settembre 2018

La Maledizione di Lufthansa


Certe volte ho degli incubi dove devo andare da qualche parte e non riesco perché non ci sono i voli, arrivo in aeroporto ma non trovo nessun aereo, e so di essere in ritardo per un evento importante ma nonostante i miei sforzi non riesco a trovare una soluzione. Mi sveglio orribilmente frustrata e mi dico “Calma, Giupy, è solo un sogno, non succederà mai”

Tranne quando, ovviamente, è successo.

Arrivo con Compagno & Colleghi all’aeroporto per andare in Colorado, ad una conferenza. Per me non è un viaggio di lavoro, è molto di più: tornare dopo due anni dove ho fatto il dottorato, rivedere delle persone molto importanti e poi, già che c’ero, andare alle Hawaii.


A Dusseldorf, mi fermano per un controllo a campione per vedere se ho gli esplosivi. “Si vede che sembri una terrorista” mi fa notare la mia collega Marocchina, e sì che non avevo ancora quel color cioccolato che ho adesso dopo due settimane di Hawaii.
Risulta che ho degli esplosivi in borsa. Mi innervosisco e preoccupo: ho molti difetti, lo ammetto, ma essere una bombarola non è ancora tra questi.
Però il bradipo della sicurezza (perché come già ho spiegato, certi lavori in Germania sono subappaltati a questa simpatica specie di animali pelosotti) mi rassicura: ci sono molti altri oggetti che possono contenere materiali che assomigliano agli esplosivi, tipo computer, o e-book reader.
Nel mio caso, era il mio beauty con i trucchi Kiko.
Me ne sono andata contenta di non essere spedita a Guantanamo, e lievemente preoccupata al pensiero di quello che mi spalmo in faccia.

Voliamo fino a Francoforte, e lì ci mettiamo in fila per il controllo passaporti. La fila è lunga. La fila è lenta. La fila non si muove.
Ci chiediamo cosa succede, finché non arrivano dei bradipi alla sicurezza che iniziano a sussurrare piano che bisogna uscire dall’aeroporto. Non c’è nessun annuncio, solo gente che lentamente inizia ad allontanarsi dai gates seguendo i bradipi. Il controllo passaporti è chiuso, i gates sono chiusi e tutti i negozi si svuotano. Un aeroporto fantasma.

Seguiamo la massa di gente, e ci ritroviamo nell’area check in dell’aeroporto. I tabelloni con i voli sono impazziti e non abbiamo idea di quando partirà il nostro aereo. La gente si accalca sempre di più, non possiamo uscire e non possiamo muoverci. I bradipi dell’aeroporto non ci danno nessuna informazione ma cioccolato e patatine, probabilmente perché sono convinti siamo dei bambini in bisogno di iperattività e presso la loro specie questa è la procedura da seguire.

Lufthansa ci manda un messaggio sul cellulare dicendo che FORSE c’è qualche problema


Decidiamo di fare una fila interminabile al banco Lufthansa, la nostra compagnia. La gentilissima bradipa ci dice che l’aeroporto è stato chiuso per un controllo di sicurezza, ma di avvicinarsi al gate il più possibile che presto riapriranno e noi partiremo per Denver.

Purtroppo, ella mentiva.

Quando proviamo ad avvicinarci ai gate con un gruppo di persone che, come noi, era stato così istruito dalla gente Lufthansa, veniamo bloccati da una massa di poliziotti. Per dei motivi che non so spiegarmi questi hanno in media dodici anni e mezzo e sono molto nervosi. Credo che il nervosismo derivi dal non sapere cosa fare e dal non avere ancora raggiunto la pubertà. Un biondino con riga da parte inizia a sbraitare in tedesco in quel modo che si vede solo nei film sulle SS, e ci intima di tornare ad ammassarci nell’aerea check in.
Lo facciamo, e vedo una madre sola con tre figli allattare in piedi in mezzo alla ressa, sorridendo.
Ella è da questo momento il mio eroe.

Scopriamo dalle news su Internet che la motivazione della chiusura dell’aeroporto è un problema di sicurezza. Apparentemente, una famiglia francese è arrivata al gate senza aver passato il controllo di sicurezza.
O meglio, l’ha passato, ma, come me, è risultata positiva agli esplosivi.
Il bradipo addetto alla sicurezza, probabilmente lo stesso che ho trovato io, ha deciso che doveva trattarsi di un computer o dei trucchi radioattivi della Kiko.
Li ha fatti passare lo stesso.
Poi, in un momento di epifania, si è detto “Oh cazzo! E se fossero dei bombaroli davvero?”
E lì si è chiuso l’aeroporto per cercare di catturarli.

Apparentemente, però, i bradipi di Lufthansa non avevano alcuna procedura per gestire questa cosa, e quindi hanno scelto una facile strategia: la menzogna.

Così, una volta compreso che il nostro volo non sarebbe mai partito, facciamo una fila lunghissima al banco Lufthansa dove un bradipo ci ha dato dei biglietti per il volo del giorno successivo. Chiediamo di riavere le valigie che avevamo imbarcato la mattina, ma non è possibile perché le Sacre Procedure dicono che non si fa.
Così ci danno dei beauty case con dentro spazzolino, dentifricio, e una maglietta bianca per grandi obesi taglia XXXXXL. Niente mutande, perché evidentemente Lufthansa non reputa importante cambiarsele tutti i giorni.
In compenso, c’è la vaselina, per scopi che ancora non so spiegarmi.

Ci mettono su un taxi e ci spediscono a Wiesbaden, un luogo ameno fuori Francoforte. Fiduciosa, vado a cena nell’albergo, sperando di mangiare qualcosa che non sia patatine o cioccolato.
Il cameriere però ha dei disturbi mentali e mi insulta pesantemente quando gli dico che sono celiaca e che no, non posso mangiare la pasta. Mi lamento con la receptionist che dice che purtroppo non mi darà da mangiare ma mi offre una bevanda alcolica, cosicché possa dimenticare le mie sofferenze.


La mattina dopo, indossando le magliette da grandi obesi sulle quali volevamo scrivere “Lufthansa ti odio”, arriviamo di nuovo in aeroporto. Siamo tutti stanchi, e io un po’ hangover. Andiamo fiduciosi verso il nostro volo, quando scopriamo che in realtà il nostro non è un vero biglietto. E’ solo una lista d’attesa. Ci sono circa 50 persone sulla lista d’attesa, e il volo è, pensate un po’, pieno.
Dalla lista d’attesa vengono selezionati secondo non si sa quale criterio i coniugi Olsen, gli unici che potranno partire. Uno dei miei colleghi finge di chiamarsi Olsen per essere imbarcato al loro posto e la cosa non funziona, però ora è il suo soprannome.

Una donna piange disperatamente.

Chiediamo ai Bradipi del banco Lufthansa che non sanno dirci quando potremo imbarcarci. Ci indirizzano ad un altro banco. Ma mentono.

Dove facciamo una coda di ore, e poi ci indirizzano ad un altro banco. Sempre mentendo

Dove facciamo una coda interminabile, e poi ci dicono di andare da un’altra parte. A questo punto non speriamo più che l’informazione sia corretta.

Tutto questo nutrendoci solo di cioccolato e patatine che i bradipi ci lanciano, e inframezzato da numerosi controlli di sicurezza tra una zona e l’altra dell’aeroporto, nei quali io risulto quasi sempre positiva agli esplosivi. A volte è il computer, a volte i trucchi di Kiko, a volte inizio a sospettare di essere davvero una bombarola.

E’ però un incredibile esercizio di team building. Io e i miei colleghi ci raccontiamo tutte le nostre vite, condividiamo i segreti più intimi, ci vediamo nei momenti più bassi, e ora siamo amici per la pelle.

Arrivati a sera troviamo finalmente una bradipa che ci da una buona notizia: abbiamo sette posti per il volo del giorno dopo per Denver.
“Grazie!” gridiamo noi entusiasti “Prenotali!”
Però lei per ragioni a noi misteriose e che sono scritte nelle Sacre Procedure non può prenotarli. E poi sta per staccare. Ci dice di andare ad un altro banchetto, chiama la sua collega e ci dice che ci farà la prenotazione.

Purtroppo, ella mentiva.

La collega bradipa, infatti, ci dice che i sette posti non ci sono più. Nel tempo di spostarci da un banchetto all’altro sono tutti scomparsi, proprio come la nostra fiducia e gioia di vivere. Così ci dice che dovremo viaggiare tutti separati, alcuni il giorno seguente, alcuni due giorni dopo. Con il suo lentissimo dito inizia a mettere i dati di ciascuno di noi nel computer, proponendoci dei comodi cambi: “Ma andare a Denver passando da Kuala Lumpur e andando a dorso di mulo fino ad Hong Kong?”
Al grido di “Love wins”, però, io e il compagno riusciamo a viaggiare assieme.

Ci ridanno le nostre valigie (era, apparentemente, possibile) e ci mandano in albergo ad Offenbach, un posto così isolato che i miei amici che hanno passato li due giorni avevano come unico posto in cui mangiare Mc Donald’s, dove hanno consumato tre pasti per variare da cioccolato e patatine. Ora sono della taglia giusta per la maglietta da grande obeso.

Il giorno dopo, stavolta con mutande pulite, torniamo a Francoforte. Ormai conosco l’aeroporto come le mie tasche e inizio a sudare e tremare appena entro, dal tanto mi evoca brutti ricordi.
Una bradipa della Lufthansa, sentendo le nostre disavventure, dice che meritiamo una compensazione e ci da un buono di dieci euro per mangiare qualcosa che non siano cioccolato e patatine. Con dieci euro all’aeroporto di Francoforte si comprano più o meno due bottigliette d’acqua e qualche caramella.
Ci imbarchiamo io e Compagno per Londra, e il volo è in ritardo.

A Londra, corriamo come dei forsennati per non perdere la coincidenza. Ancora una volta decidono di controllarmi alla sicurezza perché assomiglio ad una terrorista e la bradipa che si occupa della mia valigia ci mette circa 45 minuti. Solleva ogni boccetta di shampoo e lo rigira tra le lunghe unghie, mentre io vedo che il mio volo si avvicina e sto impazzendo. Ho un qualche rimpianto all’idea di non essere davvero una bombarola.

Solo che le mie angosce erano vane perché il secondo volo, per Washington, è anch’esso in ritardo. Saliamo già sapendo che dobbiamo passare una notte a Washington e davanti a noi si siedono dei rednecks che subito tirano indietro i sedili schiacciandoci.

Però già possiamo gioire: siamo sfuggiti dalle grinfie di Lufthansa perché ora si tratta di British Airways. Quando spiego che devo mangiare senza glutine mi danno il cibo della prima classe, e appena arrivati a Washington un’impiegata gentilissima ci aspetta dopo i controlli passaporti con già pronto il voucher per l’hotel.

Tutto così liscio che non si direbbe neanche che questa sia la terra di Trump.


Nel bar dell’hotel possiamo spendere 100 euro di cibo offerto da British Airways, ma è tardissimo e possiamo prendere solo dei succhi. La mattina dopo sono tentata di offrire un cappuccino a 30 homeless per usare tutto il buono, ma purtroppo l’albergo è talmente isolato che non si trovano neanche loro.

In aeroporto ci dicono che siamo su una lista di attesa, ma in pochissimo tempo, probabilmente alla vista della bava schiumosa verde che mi sta uscendo dalla bocca, ci confermano il biglietto.

Arriviamo finalmente in Colorado, la terra più bella del mondo.


Ho perso quasi tutta la conferenza, non ho potuto vedere alcune persone a cui tenevo, e con altre ci ho passato un solo giorno, ma… non c’è nessun ma. E’ stato orrendo e spero che Lufthansa venga soppiantata da un servizio di unicorni volanti velocissimi che producono zucchero filato e MAI cioccolato e patatine.

Poi però abbiamo potuto lo stesso passare del tempo in America e fare una splendida vacanza, anche con i miei colleghi che adesso sono diventati i miei migliori amici, soprattutto Olsen.

E in una cittadina del profondo Colorado costruita ai tempi dei cercatori d’oro e minatori, in un albergo con saloon rimasto uguale dal 1890, ci mettiamo a bere una cosa con una donna che stava andando a piedi con suo padre da Denver a Durango in sei settimane e che di lavoro fa nascere i bambini in casa.
“Io ho vissuto in Germania” ci dice, tutta contenta “A Wiesbaden. Ci siete stati?”
Ordino subito un altro bicchiere.


In tutto questo, la morale è che ora farò causa a Lufthansa per tutti i soldi che ho perso con le prenotazioni degli alberghi saltate e anche marginalmente per il fatto che tenere le genti tre giorni in un aeroporto tra bradipi e cioccolato non è esattamente salutare.

Tuttavia, la storia non è finita, perché pare che Lufthansa ci abbia appiccicato addosso una sorta di maledizione, a tutta la famiglia:
-       Dopo un viaggio di ritorno che contemplava tre voli di cui due voli intercontinentali in due notti e dieci ore a Denver, Compagno è dovuto andare a Bruxelles e poi di nuovo in Germania, viaggio che ha fatto, per un guasto al treno veloce, su un BUS DI LINEA.
-       Io avevo un biglietto andata e ritorno per andare a Parigi. Non ho potuto prendere l’andata perché ho dovuto viaggiare in un altro modo, e di conseguenza Air France mi ha cancellato anche il ritorno
-       I miei genitori su un altro volo sono rimasti bloccati un’ora perché il pilota aveva sbagliato la manovra e non poteva aprire le porte.

Perché è importante sapere che alla sfiga non c’è necessariamente fine.




giovedì 2 agosto 2018

Parliamo di Culture Shock

Quand'ero giovane e andavo all'estero mi stupivano le stranezze degli altri Paesi paragonandoli all' Italia. "Guarda, in Francia usano il bidet per lavarsi i denti!" "Oh, in America mettono il ketchup e l'ananas sulla pizza", e così via.

Che tenera che ero. 

Dopo aver vissuto in più posti diversi ho iniziato a provare un culture shock non più rispetto hall'Italia,  ma rispetto all'ultimo posto in cui avevo vissuto. 

E' stato piuttosto forte quando sono passata dal Colorado in Germania.
In Colorado, infatti, la gente sviluppa il gene dell'entusiasmo e della simpatia. Una volta sono entrata in un negozio, e appena varcata la soglia la commessa mi è venuta incontro squittendo come un topo impazzito: "Oh my God! It's so wonderful!"
Io mi sono girata cercando di trovare la causa di tanta meraviglia. Era forse comparso un doppio arcobaleno nel cielo? Un unicorno che produce zucchero filato? Un incrocio tra un coniglietto rosa e uno scoiattolino flaffoso con in braccio un gelato al cioccolato?
Invece mi sono resa conto che la commessa si riferiva ai miei capelli.
"They're so beautiful! So shiny!" ha preso ad elogiare ad alta voce.
Bisogna capire che in Colorado sono tutti biondi come dei covoni di paglia al sole e i miei lunghi capelli neri facevano molto esotico, ma questa commessa ha espresso la stessa contentezza che ci si aspetterebbe da qualcuno che ha appena fatto sesso con Johnny Depp da giovane.

Eppure in Colorado non è così strano. La gente si entusiasma con molto poco. 
Stai cercando lavoro? "Ma ceeeerto che lo troverai, sei così intelligente e simpatica e brillante!"
Hai comprato un paio di scarpe nuove? "E' incredibile, non ho mai visto un paio di scarpe così belle nella mia vita!"
Viene a trovarti tuo zio? "Oh ma è così eccitante! Devi essere al settimo cielo!"

Nonostante tutto questo venisse spesso pronunciato con voce stridula un paio di toni più alta del normale, io sguazzavo nelle iperbole e lasciavo che la mia autostima ne godesse.



Poi, sono arrivata in Germania. 

I Tedeschi hanno delle emozioni ma le nascondono benissimo. A partire dalla loro lingua: il tedesco infatti manca quasi totalmente di prosodia e molti teutonici mantengono la stessa mancanza di verve anche quando parlano in inglese.

Inoltre, la maggior parte dei Tedeschi ha una faccia come tutti gli altri ma spesso non la muove, non so se sia per non farsi venire le rughe o perchè amano l'effetto botox

Una volta, per esempio, un collega mi ha detto che non avrebbe partecipato ad un progetto con me perché sua moglie era incinta e lui andava in congedo parentale.
Io ho tirato fuori la mia Coloradiana interiore e ho detto "Wow, che bella notizia!"
Ma poi mi sono fermata. Perché dal tono che aveva usato non riuscivo sinceramente a capire se volesse trasmettere tristezza per il progetto mancato o felicità perché diventava padre.
(questa mia incertezza era forse parzialmente motivata dal fatto che io ho passato i trenta ma una parte del mio cervello e dei miei amici è rimasta ai diciassette anni e fatico a credere che una gravidanza sia una cosa bella)

Allo stesso modo, dopo qualche mese questo collega ha annunciato che avrebbe avuto due gemelli. E pure li non ho capito se la cosa lo rendesse contentissimo o disperato.
(altri poi mi hanno confermato che era più sul disperato)


Un'altra volta, ad un barbecue, una vespa si è avvicinata ad una collega. Lei ha annunciato di avere una vera e propria fobia delle vespe e di essere terrorizzata. Però l'ha detto solo a parole. Io quando una vespa mi arriva in faccia prendo a correre, urlare, rotolarmi per terra, cercare un lanciafiamme. Lei invece è rimasta ferma con una mano sulla bocca mormorando "Oh che paura" con voce appena tremante. Più o meno io quando guardo Peppa Pig e temo che George scivoli nel fango. Così io l'ho lasciata stare invece di aiutarla e scacciare la vespa perché non avevo compreso fino a che punto fosse un problema. 

Chiaramente questa difficoltà è moltiplicata quando si parla di umorismo. La maggior parte delle battute dei Tedeschi (si, so che molti non ci credono, ma anche i Tedeschi scherzano, e tanto) io non le capisco.
Un giorno il mio capo è arrivato dicendo "Abbiamo assunto un altro Italiano. Ne abbiamo troppi, non ne voglio più prendere nessuno"
Era una battuta, ma era detta molto seria così che io ho considerato di offendermi, rimanerci male, rinfacciargli il nazismo, prima di rendermi conto che andava interpretata come se fosse stata pronunciata con tono scherzoso. 

La mancanza di entusiasmo apparente dei Tedeschi all'inizio mi ha causato un po' di problemi di autostima. In Colorado, quando presentavo il mio lavoro, tutti mi dicevano con gridolini acutissimo "come sei brava! Che bello! Interessante!" finché io non mi convincevo di essere la prossima candidata per il Nobel in Tuttologia. In Germania invece le stesse identiche cose sono accolte in modo tiepidissimo. Per di più, in università la gente tende a essere tantissimo cagacazzo molto puntigliosa, e più che lodare il mio lavoro i colleghi trovano appigli per distruggerlo.
Per i primi sei mesi in Germania ero sinceramente convinta che io e tutto il popolo americano fossimo idioti, e i Tedeschi una stirpe baciata dall'intelligenza. Poi ho capito che un laconico "good" pronunciato senza sorridere voleva dire che il mio lavoro era pronto per essere scolpito su una stele dorata ed esposto ad Alexanderplatz. 

Certamente, i Tedeschi sono in grado di leggere le emozioni gli uni degli altri, ma io faccio una gran fatica. In Colorado tutti erano felici e sorridenti, quindi era molto facile rapportarsi con il resto del mondo. Trasferirmi in Germania mi fa sentire quotidianamente una sorta di Sheldon Cooper delle scienze sociali. 



Il mio culture shock, però, se ne va momentaneamente in vacanza per un po': me ne torno per un mesetto negli Stati Uniti, iniziando proprio dal Colorado.
Non vedo l'ora di fare il pieno di autostima. 

(Nel post ho messo delle foto prese da vari film: chi li riconosce tutti vince un cenno di approvazione della testa, il modo tedesco di esprimere estrema contentezza e gratitudine ) 

mercoledì 11 luglio 2018

Harry Potter e la confessione della mia nerditudine

*attenzione: contiene spoiler su Harry Potter*
*Mi rendo conto che lo spoiler alert sia inutile, perché essere arrivati nel 2018 senza aver mai avuto spoiler su Harry Potter è plausibile solo se vi hanno appena scongelato dopo vent'anni di ibernazione e state girando disperati cercando di far funzionare il Nokia 3310*

Vi confiderò un sogno segreto: quando avrò un posto fisso, sarò professoressa da qualche parte e a nessuno fregherà più quanto pubblico e se lo faccio su dei giornali famosi abbastanza, mi metterò a scrivere articoli su Harry Potter. Passerò ore ed ore ad analizzare tutti i libri e film (cosa che, del resto, faccio già) e sarò felicissima e molto nerd.

E se proprio non mi riuscirà di scrivere articoli su Harry Potter, potrei sempre andare ad Hogwarts ad insegnare Muggle Studies. 



Anche se ci vorrà del tempo per realizzare questo sogno, mi sono portata avanti e sono andata a vedere sia l'esibizione di Milano che a fare il tour a Londra
Ho fatto rigorosamente prima Milano che è un po' la versione sfigata di quella di Londra, così sapevo che non ci sarei rimasta male e mi sarebbero piaciute entrambe. In questo post parlerò di quello di Londra perché era più completo (e, diciamocelo, più figo)

E oltretutto l'ho fatta passare come una buona azione visto che ci sono andata con mia mamma, e non potevo certo farla andare da sola. Ed è anche stato un momento di bonding madre-figlia che voi che andate a fare shopping e fate i biscotti, vi dico, vi sognate. Non so che dicesse Freud, ma sicuramente per stare bene con il proprio genitore bisognerebbe farsi le foto assieme sulla motocicletta di Hagrid mettendosi nel sidecar come Harry.


Gli studios della Warner Bros a Londra stanno un po' fuori città, e ci si arriva con un treno. Purtroppo questo treno non parte da King's Cross e specificatamente non dal binario 9 e 3/4, che io ho cercato e fotografato per la prima volta nel 2011 e nessuno se lo filava, ed ora è diventato un'attrazione turistica dove la gente fa mezz'ora di coda per farsi fare una foto che costa DIECI pounds, e non è neanche animata come quelle del Daily Prophet. 


Per arrivare agli studios c'è un treno da Euston che dovrebbe metterci venti minuti. Invece è una menzogna scritta sul sito, credo, per scoraggiare i Babbani come noi che non sono in grado di usare una scopa. Così in realtà ce ne abbiamo messi 50 e siamo arrivate con la paura di non riuscire ad entrare in tempo, così in ansia che una giovane coppia ci ha fatto passare avanti per pietà.
Io spesso faccio incubi sull'arrivare in ritardo nei posti o non consegnare i lavori in tempo, ma giuro che nessun'ansia batte l'idea di non poter entrare negli studios di Harry Potter.


Inizia con un lungo corridoio con una serie di citazioni dai libri, e io iniziavo già ad emozionarmi li che erano letteralmente due paroline sui muri.


Poi si entra negli studios veri e propri, dopo aver atteso per un po' che tutto il gruppo di persone che hanno prenotato per una determinata ora entrino. Nel frattempo e' arrivata un'Inglese che sembrava Geri Halliwell con l'accento più inglese del mondo (per dare un'idea io ho vissuto quattro anni negli Stati Uniti ma a tratti non la capivo, nonostante mentissi per non far credere a mia madre che i soldi per la mia educazione siano tutti buttati). Geri ha iniziato a fare intrattenimento:

"Chi è un fan di Harry Potter qui?" (e la risposta poteva essere: chi è il grande campione del state the obvious?)
Moltissime mani si alzano
"Chi è un fan di Dobby l'Elfo?"
Molte mani si alzano, ma non la mia per cui la morte di Dobby è ancora argomento costante di psicoanalisi assieme a quella di Atrax e della mamma di Bambi. 
"Chi è un fan di Voldemort?"
Una mano si alza timida, e finalmente ho visto in faccia una di quelle persone che sicuramente passano tutto il tempo a trollare gli altri su Internet e ad insultare i Pachistani, perché non mi riesco ad immaginare nessun altro tipo umano che possa avere come personaggio preferito un Salvini senza naso che è riuscito a portare le leggi razziali pure nel mondo dei maghi.
Geri l'ha giustificato dicendo "Eh si, bisogna voler bene a Voldermort perché ha avuto un'infanzia difficile", che equivale un po' a dire "si ma i treni arrivavano in orario" o "però amava dipingere"

Oltre al Voldermort-boy c'era gente di tutti i tipi, compreso un addio al nubilato. Io normalmente disprezzo gli addii al nubilato, perché mi sembra svilente celebrare il fatto che una donna sia arrivata al matrimonio senza avere conoscenza dell'anatomia maschile e/o così vogliosa da sperimentare molteplici anatomie maschili da doversene mettere delle riproduzioni in faccia. Però in questo caso la sposa aveva una maglietta con scritto "From Muggle to Mrs" e le sue amiche "I solemnly swear I'm up to no good" che erano talmente belle che mi sposerei di nuovo se solo le mie amiche me lo facessero.

C'erano anche svariati bambini di cui non vedevo sinceramente l'utilità: oltre ad un paio dell'età giusta che giravano con i mantelli di Harry Potter e che non invidiavo giusto perché l'ho fatto anche io nella cerimonia del dottorato, molti erano troppo piccoli. Portare un duenne a vedere gli studios è un po' come ammettere di aver bisogno di una patetica scusa per essere adulto e amare Harry Potter, perché a quell'età dormono, non capiscono assolutamente nulla di Hogwarts e talvolta muoiono di paura nel vedere il Basilisco. 

 A quel punto si entra nella ricostruzione dell'atrio di Hogwarts con il calice di fuoco. Dal calice è uscito un nome che io ho afferrato saltando con un'agilità che in tre anni di pallavolo non ho mai mostrato, ma (e questo mi varrà il gesto bontà 2018) ho dato alla ragazza di fianco a me. Lei ci ha messo letteralmente un quarto d'ora per riuscire ad aprirlo facendo una bruttissima figura con tutti che la fissavano, per poi scoprire che c'era scritto *sorpresona* "Harry Potter"


Gli studios sono organizzati in una serie di sale con costumi ed oggetti di scena, e set ricostruiti.

C'è un'audioguida in molte lingue diverse che da un sacco di informazioni utili e contiene una serie di video che ammetto di non aver guardato, perché davanti avevo la stanza comune di Grifondoro, e Diagon Alley, la Foresta Proibita, il Ministero della Magia, e il treno per Hogwards e non dovevo perdermi neanche un briciolo della mia attenzione.

Ci sono molte cose interessanti non solo riguardo Harry Potter, ma anche in generale su film ed effetti speciali. Tra le cose curiose che ho imparato:

- Negli studios c'era una scuola per i 300 attori in età scolare compresi Harry, Ron ed Hermione e vorrei tantissimo tornare indietro nel tempo ed andarci ad insegnare

- Gli oggetti si scena sono stati costruiti o partendo da zero, oppure sulla base di oggetti esistenti. La spada di Grifondoro per esempio è stata presa ad un'asta e l'elsa rifatta. I libri di Silente invece sono vecchie guide del telefono ricoperte. 


- Tutti i quadri appesi ad Hogwards sono in realtà stati fatti da dei veri artisti, compreso uno di Minerva McGonagall da giovane fatto partendo da una foto reale dell'attrice. Lo stesso vale per le statue.



- Con mia grande delusione, ho scoperto che nessuno volava davvero. Le scene del Quidditch che sembrano così emozionanti sono state girate tutte con gli attori davanti allo sfondo verde che si davano da fare per sembrare sul punto di tirare un rigore ma in realtà erano pressoché fermi. 


- Il bus a tre piani nottetempo è stato fatto mettendo assieme tre bus veri, ed è funzionante. Per otto settimane, una notte a settimana, le strade di Londra sono state chiuse per girare le scene del nottetempo.


- I vari animali come cani, gatti e topi sono veri e c'era quindi una squadra di animal trainings. I gufi pare siano piuttosto difficili da addestrare (e infatti, non è che paiono furbissimi), ma dopo 6 mesi il gufo che fa Edvige è riuscita ad imparare a lasciar cadere la scopa sul tavolo di Harry nella sala da pranzo.

- Dopo anni passati a chiedermi perché Hagrid sia così grosso, ho finalmente avuto la mia risposta: lui usa sempre tavoli, sedie ed oggetti che sono molto piccoli, mentre gli altri attori vicino a lui usano oggetti molto grandi. Nella sua capanna viene fatto sembrare grande con un gioco di prospettive.

- Gli animali che non si riuscivano ad addestrare (tipo il ratto di Ron in alcune scene) erano sostituiti da dei robottini telecomandati, che però per qualche ragione sembrano veri e non come Alvin and the Chipmunks nell'omonimo film. E questa cosa vale anche per Hagrid stesso: quando non si poteva usare la prospettiva per farlo sembrare un gigante, usavano in realtà una testa robotica su un corpo molto più grande

-Alcune creature magiche sono recitate da esseri umani molto bassi, come i goblins e il Professor Flitwick. Oltretutto il goblin capo e il Professor Flitwick sono interpretati dalla stessa persona, che è anche il produttore (sospetto forse stia cercando di compensare il fatto di non essere stato scelto per fare Tyrion Lannister, e devo dire che ce la fa)

- Certe creature che (e giuro, anche questo è stato un duro colpo) non esistono, tipo ippogrifi e thestrals, sono state fatte anch'esse come robot.


- C'è un disegnatore che per lavoro ha disegnato più di cento draghi per il film e ora ho definitivamente scoperto il lavoro più bello del mondo, pure più del Professional Lego Builder


- Dopo essere passati per tutti i set e averci lasciato il cuore, si arriva al modello di Hogwarts, che occupa un'intera sala ed è stato costruito in sette mesi. Oltre ad essere ciò che mi farò a mia volta costruire nell'ipotesi probabile che i miei articoli su Harry Potter mi rendano ricca, è stato usato per fare le riprese: i personaggi e gli sfondi venivano aggiunti in computer grafica.


Se avete letto fin qui avete ormai una piena confessione della mia nerditudine, e sapete anche che se mai ci si trova in imbarazzante silenzio si può sempre parlare di Harry Potter. 

Ora si aspetta trepidanti il secondo film di Animali Fantastici. E ho qualche spoiler sulla trama: Voldemort ritorna nei panni di un ciccione e viene eletto Presidente degli Stati Uniti. Per assicurarsi di essere immortale si divide in tanti horcrux: Salvini, la Le Pen, Nigel Farage, e così via. Costruisce muri e fa dei ban contro i maghi che non sono purosangue al grido di MAMA (Make America Magic Again), ma Harry, Ron ed Hermione lo sconfiggono e nel mondo tutti celebrano gioia amore (pure Silente, che come sappiamo, è gay)

Ed è questo il motivo per cui mi piace Harry Potter: l'idea di un mondo magico in cui le persone più deboli e sfigate si riscattano e vincono da tanta speranza per tutti.
Con o senza draghi.