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giovedì 16 novembre 2017

Un Treno Chiamato...

Sede centrale DB (Treniccrucchen), ex Berlino Est.

La commissione e' riunita intorno ad un tavolo, bevendo della zuppa accompagnata da pane nero e caffe'. Fuori dalle grandi vetrate si vede un cielo attraversato da qualche nuvola, grigio come la moquette della sala. E le pareti. E l'intero palazzo. E anche la faccia di qualcuno dei partecipanti.

Herr Doktor Frank si mette a tossire per attirare l'attenzione dei presenti. Indossa un panciotto di tweed e un paio di sandali con le calze bianche di spugna. I presenti sono tutti vestiti come lui, ma Herr Doktor Frank e' l'unico ad avere dei prominenti baffi bianchi che nascondono, almeno parzialmente, le guance rubizze. L'unica ad essere vestita in modo diverso e' Frau Doktor Schmidt, la sola donna. Al posto del panciotto, porta un due pezzi di tweed. 

"Cari colleghi" inizia Herr Doktor Frank "Penvenuti e Danke di essere qui"
Tutti i presenti battono il pugno sul tavolo per applaudire. Tranne Herr Doktor Kern che ha le palpebre abbassate e russa leggermente, e ha la faccia piu' grigia di tutti gli altri. 

"Siamo qui riuniti" continua Herr Frank schiarendosi la gola "Per prendere una importante decisione. Vorrei ora dare la parola agli esimi storici Herr Professor Wasserbaum e Herr Professor Knoßel

Herr Professor Wasserbaum si alza, attento a non urtare il tavolo con la pancia, e decreta:
"Per continuare l'illustre tradizione di dare nome a treni, io propongo di chiamare il nuovo ICE Ludwig van Beethoven"

I presenti mormorano senza cambiare l'espressione facciale. Non c'e' modo di capire se sia assenso o dissenso.

Herr Professor Knoßel si alza a sua volta, tirando un po' su con il naso
"Se posso, Herr Professor Wasserbaum, Beethoven e' un crande personaggio della storia tedesca, ma abbiamo bisogno di qualcuno di piu' spessore, piu' intellettuale. Propongo Georg Wilhem Friederich Hegel"

L'affermazione e' seguita dallo stesso mormorio indecifrabile della precedente. 

"Cosa ne pensa la commissione di Hegel?" chiede infine Herr Frank

"Se posso" interrompe Frau Doktor Schmidt, aggiustandosi i capelli bianchi "Noi abbiamo 452 ICE in Cermania e tutti hanno nomi di uomo. Non si potrebbe dare un nome di donna?"

Il mormorio che segue questa volta, per quanto indecifrabile, pare piu' orientato al dissenso

"Donna?" chiede Herr Doktor Frank, come se ascoltasse la parola per la prima volta in vita "Ma quale donna ha mai avuto importanza nella storia di Cermania? Certo, le donne sono state molto utili, ma a casa, a cucinare bratwurst e crescere fieri figli di Cermania"

"Se mi permetto" dice Frau Doktor Schmidt "C'e' un'importante, importantissima figura femminile in Cermania..."

Herr Professor Wasserbaum e Herr Professor Knoßel si guardano negli occhi, e per la prima volta dall'inizio della riunione un lampo di vitalita' gli attraversa il volto. In coro esclamano "Anna Frank!"

Il mormorio e' decisamente di approvazione, tanto che anche Herr Doktor Kern si sveglia e prende a battere il pugno sul tavolo.

"Pene, pene, ottima idea" dice Herr Doktor Frank, pronto ad invitare i presenti ad andare a bere una birra.

Solo una mano interrompe l'esodo verso il kneipe in fondo alla strada. Un ragazzo biondo, magro, cosi' pallido da confondersi con il bianco del tavolo, con grandi occhiali rotondi. Invitato probabilmene per abbassare drasticamente l'eta' media. 

"Si, Herr Winzel?" chiede Herr Doktor Frank lievemente seccato. La sua seccatura e' evidente dal suo sottolineare con il tono della voce il fatto che Winzel non ha nessun "Doktor" nel titolo.

"Centili colleghi" dice Herr Winzel, incerto. Il suo disagio probabilmente deriva dal fatto di indossare un tweed dai colori troppo accesi, ocra e verde marcio. "So che io sono solo un assistente, e che ancora non sono Doktor ma... sapete dove e' morta Anna Frank?"

I presenti mormorano, tossicchiano, si guardano in giro, e, ben attenti a non lasciar trapelare nessuna emozione dal viso, borbottano tra i denti "Polon... Cermania. In campo...quel campo"

"Appunto, centili colleghi" continua Herr Winzel, aquistando un po' di coraggio ma non di colore in viso "Non voglio sembrare impertinence, ma come ci e' arrivata fin li?"

Il mormorio continua piu' sommesso, svariati occhi chiari si fissano sulle punte delle calze che escono dai sandali, Herr Doktor Kern finge di riaddormentarsi. Tra vari tossicchiamenti, i presenti finalmente ammettono "treno"

Herr Winzel si alza, e osa finalmente dire cio' che aveva in mente dall'inizio: "Vi sembra una buona idea chiamare 'Anna Frank' un treno, calcolando che sono questi treni nostri che l'hanno portata in campo di concentramento?"

Silenzio. Herr Doktor Frank sospira, e finalmente risponde: "Si, non ci vedo nessun problema"





Ed e' cosi' che una commissione di esperti, tra cui due storici, ha pensato che fosse una buona idea chiamare un treno tedesco "Anna Frank". Ovviamente non ho idea di come siano andate davvero le cose, ma mi piace pensare che sia proprio cosi'. 

Ora attendiamo un aereo che si chiami Undici Settembre. 




mercoledì 8 novembre 2017

Il nemico naturale

Ieri ero a pranzo con i miei colleghi Tedeschi e ho aperto il mio cuore dicendo che gli stereotipi che avevo sulla Germania non sono certo veri. Tranne quelli, ovviamente, che lo sono (guardo te, crucco con i sandali e le calze).


Come gia' ho spiegato, lo stereotipo che piu' ho sfatato e' quello dell'organizzazione tedesca. Che non funziona. O almeno, non funziona nella mia universita', e potrebbe essere perche' al posto degli amministrativi hanno assunto una squadra di Bradipi che ci mette tanta buona volonta' ma ha la lestezza dei miei studenti in America in 20 di Aprile (che e' il giorno in cui tutti si fanno le canne. Era divertente come battuta ma ora che mi ritrovo a doverla spiegare forse un po' meno).

Io e il Bradipo, direttamente da Zootopia.

Questi Bradipi sono tendenzialmente erbivori, ma hanno pero' un nemico naturale nel loro ecosistema: l'accademico. Ovvero io. Questa inimicizia non e' mai stata studiata nel dettaglio, ma i documentari che abbiamo ci suggeriscono che abbia la seguente causa: l'accademico si sente piu' intelligente perche' ha un dottorato, mentre il Bradipo si considera superiore perche', a differenza dello sfigato accademico precario, ha un indeterminato con pensione di giada e non deve mai elemosinare negli angoli delle conferenze degli spicci per fare ricerca.

(Dopo aver scritto questa frase, ho compreso che siamo noi accademici la specie inevitabilmente volta all'estinzione)

Per cui, ogni mattina un accademico si alza e sa che dovra' rincorrere un Bradipo. E lo prendera' subito, perche' e' molto lento, ma dovra' passare un tempo interminabile a convincerlo a prenotargli il volo per una conferenza, preparare l'aula per il workshop, e dargli i budget per il progetto.

I Bradipi sono animali molto resistenti, ma, purtroppo, hanno un tallone d'Achille: se non seguono la procedura burocratica, muoiono. I Bradipi qui nella mia universita', bisogna dirlo, sono animali creativi. Aggiungono spesso delle nuove postille alle procedure. Cosi' quando mi ritrovo a chiedere il rimborso per una conferenza c'e' sempre qualcosa da aggiungere: "Ma Giupy, mi devi dire esattamente che hai mangiato ogni pasto. Mi devi dire il chilometraggio esatto che hai percorso in treno. Mi devi far vedere l'estratto conto della carta di credito con cui hai pagato" (e li' sono sicura che prima o poi qualcuno mostrera' l'estratto conto dimenticandosi di oscurare la voce "dildo di Hello Kitty" sotto a "Registrazione conferenza")

Essendo le procedure importantissime e molto complicate, e poiche' i Bradipi riescono a fare una sola cosa alla volta, quando sono sotto pressione spesso sbagliano. 
E qui ho notato una cosa curiosa: non si prendono mai la responsabilita' di nulla. Anzi, come e' tipico dei marsupiali e dei cinquenni, quando sbagliano ti fanno notare qualcosa che hai sbagliato anche tu.


Per esempio:

Giupy: "Ciao Bradipo, grazie per avermi prenotato l'aula per la lezione, purtroppo pero' ho notato che hai sbagliato l'orario: e' lunedi' alle tre, non sabato a mezzanotte e mezza. Ma tranquillo, e' un errore che puo' capitare a tutti" (quattro anni in Colorado dove tutti sono sorridenti e gentili e sono diventata la regina delle ipocrite, la maestra dell'essere nice in modo fintissimo)

Bradipo: Eh, pero' tu non mi hai detto che in mezzo alla lezione facevi una pausa.

Giupy: Oh Bradipo, non sapevo che questa cosa fosse importante, ma potresti cambiare l'orario? Come ti ho scritto nella mail?

Bradipo: eh ma io ho tanto da lavorare Giupy, non posso leggere le tue mail. Comunque si, la procedura, dalla quale dipende la mia vita, ora prevede pure che tu mi dici se fai una pausa in mezzo alla lezione

Giupy: si, faro' una pausa. Pero' Bradipo, pure io lavoro molto, e proprio a dirla tutta leggere le mie mail sarebbe il tuo lavoro, quindi potresti cambiare l'orario della lezione?

Bradipo: e ma aspetta, non mi hai detto se hai intenzione di andare in bagno o no nella pausa della lezione. Ho appena cambiato la procedura e ora devo saperlo. Non puoi continuare a non dirmi queste cose, altrimenti io come faccio? Ora bisognera' rifare tutto da capo. 

Poi, ovviamente, l'orario della lezione restera' sbagliato.

Ed ecco, qui capisci l'arma segreta del Bradipo: io ho un dottorato, ma lui ha il potere di farmi sentire sempre l'ultima delle idiote. Ci sono poche cose in cui mi impegno come nelle procedure burocratiche, e non e' mai successo che tutto andasse liscio, neanche una volta.

Ora io non so se quest'atteggiamento di accusarti di qualcosa quando sbagliano e' una caratteristica di tutti i Tedeschi. Una mia amica che lavora con la Germania dice che spesso anche lei riscontra questa cosa fastidiosissima. Quindi se avete piu' esperienze crucche, vi prego di commentare e condividere.

Spero comunque che questa logica del "io sbaglio ma anche tu sbagli e sbagli di piu' e in piu' puzzi gne gne" non l'adottino tutti i Tedeschi. Senno' immaginarsi, il processo di Norimberga dev'essere stato proprio snervante. 

sabato 4 novembre 2017

Gli Omini Plissettati di Atene

L’inizio di Novembre è la stagione più angosciante a Mordor dove vivo io. E’ buio, freddo, grigio, i mercatini di Natale sono ancora lontani e nessuno è divertente abbastanza da girare vestito da Slutty Pumpkin. Sarebbe un momento duro, se non ci fossero le vacanze per festeggiare quel simpaticone di Martino Lutero che si e' messo a piantare chiodi e attacchare cose, e così io ho salutato la Germania con un magistrale #CIAONE e sono andata in Grecia.

Dove, per la cronaca, facevo colazione in terrazza con il giacchino leggero e l’acropoli davanti.

Il mio risveglio in Grecia vs il mio risveglio a Mordor, Germania

Atene è uno di quei posti dove fiorivano l’arte e la cultura mentre tutti gli altri nel mondo rincorrevano nudi le marmotte. Di conseguenza, nonostante sia un pochetto sgarrupata come succede nelle migliori città Italiane, letteralmente inciampi nei cocci di tremila anni fa nel camminare per strada. Della serie che nello scantinato buio e umido dell’università ci sono anfore che certi Americani ci farebbero un museo intorno con biglietto da 25 dollari e bandiere a stelle e strisce. Un po’ come a Como che sui resti romani ci si fanno I parcheggi.

E camminando ti ritrovi a dire: "oh, toh, un tempio"

Della Grecia ho visitato, ovviamente, l’acropoli e I resti degli antichi templi, le chiese Ortodosse (perché’ io sono un religious nerd) e ho avuto modo di vedere alcune meraviglie dell’Atene contemporanea, in particolare gli omini plissettati.

1)   Templi e altre cose vecchie vecchie.

Atene ha questi templi bellissimi e molto ben conservati, e il museo dell’Acropoli è sorprendentemente bello (cioè molto meno sgarrupato di ciò che ci si aspetterebbe da un paese dove pure I vigili girano in due sul motorino senza casco).

Ho scoperto che I Greci antichi erano molto più intelligenti di tutti gli altri, e oltre ad avere inventato la democrazia e la tragedia (e già qui permettetemi un MECOJONI di approvazione), avevano una serie di trovate geniali.

Qui e' nata la tragedia

Qui vicino (nell'Agora') e' nata la democrazia

Tipo, hanno inventato l’ostracismo, che funzionava così: quando un politico stava sulle balle a tutti perché’, che so, stava diventando un po’ un dittatore, faceva battute sessiste, negava il cambiamento climatico ed impediva ai Musulmani di ottenere dei visti, I cittadini ateniesi si radunavano e scrivevano il suo nome su dei cocci. A questo punto se si raggiungevano 6000 cocci veniva bannato dalla città.

Cocci per l'ostracismo

Avevano anche delle clessidre ad acqua che servivano a scandire la lunghezza dei discorsi, cosi la gente invece di parlarsi addosso doveva imparare ad essere stringata. Gli oratori più sboroni calibravano il tutto in modo da dire l’ultima parola con l’ultima goccia.

Clessidra


Oltre che molto intelligenti, I Greci antichi erano pure dei gran tamarri. Assieme al culto di Dioniso con vino ed orge (che, comunque, chapeau), avevano pure dei peculiari gusti nell’arredamento. Per esempio, le statue che ora vediamo bianche e sobrie, sono cosi perché’ all’aria si sono ossidate, ma in origine erano rosse e blu. C'era una statua di Atena di SEI METRI fatta di oro e avorio. Dalle statue si impara pure che i Persiani hanno distrutto l’Acropoli con addosso dei pantaloni da pagliaccio. Temibile.

La cosa triste è che ad una certa gli Inglesi hanno deciso che dovevano esporre un po’ di Grecia nei loro musei e si sono fregati fregi e statue. Prima di votare Brexit perché’ sia mai che i Greci gli rubino il lavoro eh.

2)   Le chiese ortodosse

Se duemila e cinquecento anni fa i Greci sapevano ricreare perfettamente le proporzioni dei corpi umani e renderle realistiche con muscoli, drappeggi e capelli, le loro doti artistiche sono, ehm, diciamo, un pochetto sfumate con l’arrivo del Cristianesimo.

Non è che le icone ortodosse non siano belle, per carità. Sono giusto belle a modo loro.

Se le capacità artistiche si sono inspiegabilmente perse con il passare del tempo, l’amore per la sobrietà è rimasto tale e quale. Infatti le icone tendono ad essere ricoperte d’argento e oro e le chiese di drappeggi che stonano un attimino con quanto siano tutte sgarrupate.

In mezzo a tutto l'argento notiamo delle faccine

Al dio ortodosso secondo me l'oro un po' piace

3)   La Grecia Moderna

Atene è una città che, nonostante il caos da traffico Romano e l’odore di smog che mi rimaneva sui capelli pure dopo la doccia, mi è molto piaciuta. A parte le colazioni vista Partenone che aiutano, ho apprezzato il fatto che le persone sembrino amichevoli e cordiali (con giusto quelle due o tre eccezioni dei taxisti che ti chiedono 20 euro per fare cinquanta metri, ovviamente).

In più, gli Ateniesi mi sono sembrati piuttosto simili agli Italiani. Tranne una particolare categoria, ovvero gli omini plissettati (termine che ho inventato io ma che spero presto diventi mainstream).

Ammiriamo le pieghe della gonna

Gli omini plissettati sono una particolare sezione dell’esercito (o forse della polizia) che sta di guardia al parlamento in piazza Syntagma. Per mostrare la propria virilità, oltre alla testa ben rasata e a imponenti baffi, essi indossano degli eleganti vestiti bianchi plissettati, con gonnella corta a pieghe e maniche a sbuffo. Come casacca hanno una specie di tappeto brutto, condito da un baschetto rosso e dei nastrini alle ginocchia. Il tutto accompagnato dalle calzamaglie bianche che neanche io al saggio di danza delle elementari e da delle babbucce con un pompon. Il vestito può anche essere in versione nera.

Terrò queste foto con me per sempre da mostrare quando qualcuno se ne esce con la teoria del gender e con il fatto che gli uomini devono vestirsi in modo consono alla propria mascolinità.

Davanti al parlamento due omini la domenica mattina fanno un cambio della guardia che se io fossi la Regina Elisabetta mi vergognerei come una ladra che le guardie British siano così scarse a confronto (oltre così, a farmi un esamino di coscienza per I fregi e le statue di cui sopra). Gli omini plissettati alzano braccia e gamba in coordinato, si mettono uno davanti all’altro su un piede solo, fino a far coincidere la pianta della babbuccia con il pon pon. E poi, in un gioco di equilibri, tendono la punta del piede che sempre manco io a danza classica.

I balletti degli omini plissettati

Gli stessi omini plissettati fanno anche l’abbassa bandiera all’Acropoli. Ho notato molte bandiere greche ovunque ad Atene, cosa che antropologicamente parlando azzardo essere una compensazione del fatto di avere il pene piccolo. Questa teoria l’ho elaborata negli USA dove I pick-up e le armi e le bandiere non possono che essere una compensazione fallica. Oltretutto in Grecia ci sono ovunque statuette di satiri con erezioni e portachiavi a forma di pene, oltre alle succitate bandiere. Gli omini plissettati marciano felici fino all’Acropoli ondeggiando le loro braccia e facendo delle coreografie con il fucile che neanche Hillary nel cartone della ginnastica ritmica. Arrivati, uno abbassa la bandiera in un tempo veramente breve se paragonato a tutta l’attesa.

L'abbassabandiera all'acropoli

Quindi ecco, sono molto felice di essere stata ad Atene ed avere imparato tutte queste cose sulla Grecia. Oltre al fatto che sono ormai dipendente dal loro caffè (che poi sarebbe turco, ma PERDIO NON NOMINIAMO MAI I TURCHI MI RACCOMANDO IN GRECIA) e nonostante ne abbia presi 300 grammi, dovrò presto tornare a comprarne una nuova scorta.



(Se siete arrivati fin qui, adorati lettori, sappiate che ho deciso di fare uno strappo all’anonimità di questo blog sui social e se volete guardarvi le mie foto di viaggi e di Mordor mi trovate su Instagram)


giovedì 26 ottobre 2017

#MeToo: Il mio incontro con il Caimano

Era l'anno 2010, avevo 24 anni e stavo a Venezia. Gli Stati Uniti sfoggiavano fieri il loro primo presidente nero, noi stavamo iniziando ad appassionarci a Facebook, la primavera araba non era ancora inizata e Mubarak si preoccupava per quella nipote sfuggita in Italia. 

Io stavo finendo la tesi della specialistica e lavoravo ogni tanto come hostess. La mia giovane mente protofemminista non faceva i salti di gioia ad essere selezionata sulla base del "metro e settanta, taglia 42, sorriso" per spruzzare profumi nei centri commerciali arrampicata sui tacchi. D'altronde, non ero neanche particolarmente entusiasta ad essere una quasi neo-laureata nell'Italia della cris. Trovare solo lavori non pagati nonostante i 110 e lode, gli stage, e le quattro lingue sul curriculum non mi facevano esattamente pensare di avere davanti a me porte aperte e tappeti rossi.

Un giorno trovai un annuncio di un'agenzia che cercava hostess per un convegno. Oltre ai requisiti fisici chiedevano inglese, francese, e esperienze di un certo tipo. Mi presentai al colloquio, incredula che, per una volta, qualcuno fosse interessato al fatto che avessi appena finito uno stage in un'ambasciata. Andai in un hotel a Padova, era pieno di ragazze, aspettai ore, e alla fine mi fecero un colloquio in inglese piuttosto lungo.

Venni selezionata. Mi dissero che era una questione molto riservata, e che non potevano rivelare esattamente di cosa si trattasse. Se non fossi stata irrimediabilemente naive e con una testarda fiducia nella gente, avrei dovuto capire che qualcosa non andava. Ma la paga mi sembrava buona, era un solo giorno, e mi aggrappavo alla speranza che fosse un lavoro da potermi mettere sul curriculum.

Arrivato il giorno, mi dicono di presentarmi alla Fenice di Venezia con tailleur nero, camicia bianca, e scarpe basse. Stupita e sollevata per non dover usare i tacchi, mi incammio per le calli. Man mano che mi avvicino alla Fenice, ecco comparire sempre piu' polizia. Ad un certo punto mi bloccano, la zona e' chiusa. Mi trovo con altre ragazze che avevo visto al colloquio, e spieghiamo che stiamo lavorando per un'agenzia. I poliziotti vogliono un badge, noi non l'abbiamo e non ci vogliono far passare. Arriva trafelata la ragazza dell'agenzia, ci da' i badge e passiamo. E' tesa come una corda di violino e iniziamo a speculare su quello che ci aspettera'.

Arriviamo alla Fenice, siamo un gruppo di una decina di ragazze. Mentre la responsabile dell'agenzia inizia a spiegare cosa dobbiamo fare, ecco arrivare un secondo gruppo di una decina di giovani donne. Sono le ragazze piu' belle che abbia mai visto dal vivo. La piu' bassa mi supera di tutta la testa. la loro pelle e' liscia e levigata come la porcellana, i loro capelli cadono perfetti sulle spalle. Molte hanno un accento che intuisco essere dell'Europa dell'Est. Sono le modelle che devono accompagnare la cena. La responsabile dell'agenzia porta a noi dei panini da mangiare, alle modelle niente.

Mangiamo i panini scherzando sul fatto che a volte essere belle non e' un vantaggio. Le modelle vengono fatte accomodare nella stanza piu' interna della Fenice, mentre noi stiamo nei banchetti dell'atrio. Ci vengono fornite liste di nomi e badge da distribuire alla gente. Addocchiamo nomi conosciuti, e capiamo che e' qualcosa di piu' grosso di quanto ci aspettassimo.

Arrivano uomini della scorta. Guardie in borghese che noi accreditiamo ed entrano nella sala. Iniziano ad arrivare gli Arabi, alcuni con la kefiah in testa. Un uomo ci stringe la mano, in modo forzato, come a mostrarsi simpatico e affabile con il popolo. Io e le altre ragazze ci guardiamo e ci facciamo cenni di conferma: e' Scajola. In un mare di uomini che arriva ed entra in sala, compare una donna bellissima. Piu' bella ancora di tutte le modelle, e ci saluta gentile. E' Afef, al braccio di Tronchetti Provera. Vari politici di Lega e Forza Italia ci passano di fianco, e ormai il gioco tra me e le altre ragazze e' cercare di capire se lui ci sara' o meno. Si vocifera che stanno parlando di petrolio.

Finiamo di dare badge e di accreditare la gente. Gli ospiti piu' importanti non passano dal nostro banchetto, ma hanno un'entrata laterale. Inizia la cena, e noi ci mettiamo in attesa. Arriva la responsabile dell'agenzia, e ci dice che, appena finita la cena, dobbiamo entrare in sala a distribuire delle orride statuette in vetro di Murano agli ospiti. Dovrebbero entrare le piu' carine, ma la responsabile non osa scegliere, e cosi' decidiamo di entrare tutte, tanto piu' che ormai siamo diventate amiche e abbiamo la consapevolezza collettiva di non essere modelle. 

Si aprono le porte, ed entriamo quasi di soppiatto. Tra i tavoli imbanditi vediamo tutti. C'e' quello che in seguito avrei scoperto essere Al Thani, l'Emiro del Quatar. E c'e' Berlusconi, seduto al centro e sorridente come l'imperatore folle di un regno che non vuole ammettere di essere decaduto. La gente inizia ad alzarsi, passa di fianco a noi, che porgiamo le statuette nelle loro confezioni. 


Berlusconi ci si avvicina. Provo una sorta di brivido nel vedere quel suo sorriso plastico, come quello di un clown malefico. Capisco il perche' delle scarpe basse: anche solo dal mio metro e settanta, che mi permette appena di fare la hostess, riesco a vedergli il trapianto di capelli sulla cima della testa.

Ci guarda, una delle regazze gli porge incerta un pacchetto. Lui controlla di essere al centro dell'attenzione, e poi dice a voce alta, in modo che tutti sentano:

"Cosa mi date, ragazze? Un regalo? Perche' non mi date il numero di telefono, invece?"


A tutto questo e' seguito il silenzio. Nostro, suo, dei presenti in sala, di Al Thani e dei suoi soci ed interpreti, che spero non abbiano tradotto. Berlusconi si mette a ridere da solo, il re pazzo che non vede di essere patetico, e se ne va.

Ci siamo indignate, con le altre ragazze. Ne abbiamo parlato e abbiamo provato schifo per noi, per lui, per il periodo storico e il luogo in cui ci trovavamo ad essere giovani e donne. Come lo scrivo qui, a volte racconto quest'episodio in giro in mezzo alle altre storie da cene con amici sulle cose strane che mi succedono. E' quel piccolo sexual harassment da parte di Berlusconi che raccontero' ai miei nipoti come favola di tempi passati in cui la vita era tanto piu' dura. Non e' come essere seguita e terrorizzata da uno sconosciuto, non e' l'uomo che ti molesta sul bus, non e' una storia da mettere su facebook come #MeToo

Oppure, forse, lo e'. Ci stiamo tutti stupendo dal caso Weinstein. Ma cosa c'e' di diverso, qui? Berlusconi nel 2010 era al centro degli scandali di bunga bunga e prostitute. Gli interessava cosi' poco, era cosi' tronfio nel suo piedistallo di potere, che si poteva permettere di paventare in pubblico la sua maschera da maniaco, di vantarsi dei suoi approcci alle donne. Io e le altre ragazze non abbiamo subito nulla perche' non eravamo neanche alla sua altezza. Studentesse di lingue, lettere e filosofia di bellezza media, a caccia nel migliore dei casi di qualche soldo per l'Erasmus, a lui non potevamo davvero interessare. Ma cosa avranno risposto, le modelle che aveva pagato per allietare la sua cena? Avranno potuto rispondere con il silenzio? Che cosa avra' potuto rispondere Afef, all'inizio della sua carriera?

Ho letto questo articolo oggi che parla del fallimento del femminismo italiano. Sono d'accordo con l'articolo, non fosse che il femminismo italiano, forse, non e' mai neanche nato. Certo, c'erano le nostre madri che hanno fatto il 68'. Ma nel 2010 io e le altre ragazze che lavoravano con me avevamo passato tutta la nostra vita sotto Berlusconi. Nel 1994 approcciavamo la preadolescenza nel piu' maschilista dei mondi possibili. Siamo cresciute con le veline seminude in TV, con le palamentari che facevano carriera con favori sessuali. Abbiamo votato per la prima volta sperando di cambiare tutto, e non e' cambiato nulla. Iniziavamo a fare colloqui di lavoro in cui ci veniva chiesto se eravamo sposate e volevamo figli, e in cui vedevamo uomini passarci davanti. 

E in tutto questo ci veniva detto che le battaglie femministe erano finite e vinte, che dovevamo essere felici di avere tutte le possibilita'.

Salvo poi il presidente del consiglio usarci, in pubblico, per le sue squallide battute, perche' per lui solo quello eravamo: degli oggetti sessuali sui quali scherzare. 

Per cui no, il femminismo italiano non e' fallito con le donne che insultano Asia Argento invece di capire che il sistema e' malato: il femminismo italiano deve ancora scrollarsi di dosso tutte queste piccole storie tossiche che ognuna di noi si porta cucite addosso, e iniziare davvero a creare una societa' migliore.

Perche' lui non sara' piu' imperatore, ma ancora ci guarda dalla sua reggia, sussurrandoci che, forse, tutto cio' che possiamo offrire e' un numero di telefono.







domenica 22 ottobre 2017

e-Estonia e le salsicce umane

Una delle cose che mi piace del mio lavoro e’ che mi manda in posti inaspettati, dove magari di mio non andrei. Non perche’ non siano belli, ma perche' quando mai capita di andare a Tartu per i cavoli propri? Ed e' cosi' che sono finita in Estonia.

L'Estonia, e Tartu in specifico, mi ha molto affascinata perche' e' un Paese che da una parte ricorda il periodo sovietico (o meglio, "occupazione", come hanno insistito gli Estoni che ho incontrato), e a tratti e' pure un po' sgarrupato stile Scampia del Baltico

Questa e' la chiesa in centro a Tartu, che come notate non e' nuovissima
Casa storta, che manco a Pisa



Al contempo, l'Estonia e' tecnologicamente molto avanzata. Il bus che ho preso da Tallin a Tartu aveva schermino tipo aereo con cui si va su Google e si guarda Puss in Boots, e poi si usa il wi-fi per twittare la cosa. E il tutto per otto euro. L'Estonia ha una delle meglio connessioni Internet al mondo, e ha inventato SKYPE. Cioe’, senza l’Estonia noi saremmo qui ancora a farci le telefonate intercontinentali e io non potrei guardare Game of Thrones a distanza con il mio compagno, ci rendiamo conto? 

Per questo motivo l'Estonia viene chiamata e-Estonia, e questa cosa ha mandato me e i miei colleghi in brodo di giuggiole, visto che eravamo li' per una conferenza a tema Internet. Ovvero un posto dove nessuno parla e chiunque sta attaccato al proprio smartphone, ma dove, a differenza di quello che accade in altri contesti sociali, e' assolutamente accettato e anzi incoraggiato. 

Vorrei ora scrivere che la cosa che mi e' piaciuta di piu' dell'Estonia e' qualcosa di intellettuale o culturale, ma la verita' e' che e' stato il connettermi a Internet nei posti pubblici senza dover inserire il nome del cavallo di mia nonna e delle particelle del mio DNA per autenticarmi nei siti.

La seconda cosa che mi e' piaciuta e' stata la tradizione della sauna Finlandese. C’era una spa nel mio albergo, e io insomma, forse, magari, potrei aver saltato una sessione o due della conferenza per starmene a mollo nell’acqua calda. Ma solo per integrarmi con la cultura locale. E per sopravvivere al fatto che l’Estonia e’ per ora l’unico Paese che abbia visitato e che mi faccia sembrare la Germania calda.

Tartu e’ una citta’ studentesca con l’Universita’ piu’ antica del Paese. 

Universita' di Tartu


 Infatti proprio in centro c’e’ una statua di due studenti che si baciano, che erano il nipote dello scultore ed una tizia a caso che si stava limonando.

La statua dei due che limonano, giustamente con l'ombrello perche' l'Estonia non pare esattamente baciata dal sole


Oltre a pomiciare, gli studenti hanno anche la tradizione di attraversare un ponte. Il ponte, fatto chiaramente da Calatrava prima della laurea, ne sostituisce uno di pietra molto piu’ bello bombardato dai nazisti (sti crucchi, sempre). E voi direte, che difficolta’ c’e’ ad attraversarlo? C’e’, perche’ questi si arrampicano sull’arco superiore, che e' li solo a scopo estetico ed e’ strettissimo, scivoloso, e sempre ghiacciato, e rischiano di cadere in acqua morendo malissimo. Perche’, evidentemente, nonostante la tradizione del limonare, questi non c'hanno poi molto da fare. 

Il ponte che gli studenti attraversano rischiando di morire molto male


Arrivati alla conferenza, ci siamo subito precipitati sui gadget, che sono piu’ o meno il motivo principale per andare ai convegni dopo le saune negli alberghi e l’alcol gratis. Ci danno un portachiavi un po’ sfigato. E poi ci viene spiegato: in Estonia una legge vuole che la sera si mettano addosso delle cose riflettenti. Perche’ loro vogliono ad ogni costo che tu sia visibile al buio, probabilmente per meglio individuarti quando ti arrampichi sui ponti.

In Estonia e’ anche considerato molto scortese tenersi la giacca addosso all’interno degli edifici. Il che sarebbe molto piu' facile da seguire come norma se non ci fossero zero gradi in Ottobre. 

Inclusa nella conferenza c’era anche una serata con canti tipici Estoni. Sono arrivate quaranta donne che cantavano la versione baltica di “quel mazzolin di fiori” vestite con gonne di pannolenci grigio e dei nastrini rossi in testa. Una di loro ci ha spiegato il significato delle canzoni. La prima canzone parlava delle scelte difficili che deve fare una giovane donna nella vita: meglio cogliere una mela, o avere un uomo? (Non sapevo fino a questo momento che le due cose si escludessero a vicenda). Un’altra canzone si chiedeva: quando il suo amato le costruisce un’altalena, cosa deve dargli in cambio una giovane donna? (E io qui ho subito proposto la mela). Avrei voluto ridere a queste spiegazioni, ma il fatto che non riuscissi mai a capire quando gli Estoni stessero scherzando e quando fossero seri complicava orrendamente le cose. 

Poi, siamo stati portati ad un tour della citta’ fatta da due guide appassionate di folklore. Neanche le guide avevano una grande espressivita’ facciale o tantissima gioia di vivere, ma in compenso il loro logo e’ formato da due corvi neri e giravano con un corvo di peluche.

Ci hanno accolti dicendo che il tema principale del tour erano le “human sausages”. Io ho subito iniziato a pensare a dei doppi sensi e mi sono sentita un po’ infantile. Poi ho sentito le storie che ci raccontavano e ho rimpianto che “human sausage” non fosse uno squallido doppiosenso.

In compenso c’era un maiale.

Statua di un maiale in mezzo a Tartu


Nel tour non abbiamo visto quasi nulla, ma abbiamo preso tantissimo freddo e sentito diverse storie del periodo della seconda guerra mondiale, quando Tartu era occupata prima da Russi e poi da Tedeschi e arrivavano i rifugiati da Leningrado sotto assedio. Un periodo storico divertente, insomma. 

Le storie contemplavano 1) un fratello la cui sorella grassa viene rapita da dei medici che usano il grasso della gente per degli esperimenti. Il fratello trova la sorella in un forno con il grasso che cola, la salva ma lei poi non trova marito perche’ a quel tempo le persone andavano cicciotte. 2) Gente che non aveva cibo e allora in tutta Tartu c’era la leggenda metropolitana che esistevano delle fabbriche di salsicce umane (quindi esatto, non c’erano doppisensi). Nonostante sia logicamente impossibile che una citta’ in macerie avesse le risorse per fare delle fabbriche del genere, I Tartiani (Tarini? Tartariani?) ne sono convintissimi e si arrabbiano se metti in dubbio la cosa 3) C’erano questi rifugiati di Leningrado che erano chiamati bag boys perche’ possedevano solo quello che avevano in una borsa, che di solito contemplava una lametta con cui minacciare la gente per rubargli il cibo.

Tutto cio’ raccontato nel buio (e nessuno aveva il portachiavi riflettente, da buon branco di fuorilegge), nel freddo, e con il pupazzo di corvo ben in evidenza. E senza traccia apperente di humor. 

Poi la guida dice che nel periodo si mangiavano pure i gatti, e li spacciavano per conigli. Tutto il gruppo, che non aveva mosso ciglio all’idea delle salsicce fatte di persone, si sono indignati: ma come, mangiavano I GATTINI? D’altronde noi studiamo Internet, e i meme delle persone non sono mai particolarmente trending su Twitter.
Ad ogni modo ora mi adoperero’ per creare un gemellaggio Tartu-Vicenza.

La storia dei gattini ha risvegliato il gruppo dall'intorpimento e tutti si sono sentiti in dovere - guide Estoni incluse -di mettersi a parlare di quelle leggende metropolitane tipo il topo trovato nel pane di Tesco e i manici di ombrelli nella Nutella e lo sperma di toro nei panini del McDonald's.

Il tour e’ finito con il racconto delle mogli degli ufficiali Russi a Tartu che giravano per negozi e vedevano della lingerie di lusso, perche’ la moda a Tartu prima della guerra era meglio di quella Russa. Cosi’ queste signore si compravano delle camicie da notte e se le mettevano per uscire perche’ non sapevano fossero per dormire, e tutti le deridevano. Non vorrei sembrarvi russofoba, pero’ queste erano le nonne delle russe che mo vediamo fare shopping a Milano, qualcosa vorra’ dire.

Insomma, l’Estonia mi e’ molto piaciuta e mi ha regalato delle grandi perle. Ora vado a rannicchiarmi in un angolo nella calda Germania e lamentarmi del fatto che stasera non faro’ la sauna.

Tartu al tramonto