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martedì 12 dicembre 2017

Frau Holle

I bambini Tedeschi devono imparare fin da piccoli che la vita e' dura, che a Mordor non c'e' mai il sole e che gli Orchi possono mangiarti ogni minuto. Quindi niente fiabe con il finale edulcorato alla Disney: la Sirenetta si dissolve dopo aver tentato invano di sposarsi con uno di un'altra razza (non si fa, stolta), Biancaneve muore tragicamente dopo quel breve episodio di necrofilia (non si fa, stolta), e Hansel e Gretel arrostiscono viva la strega cattiva (questo si fa, pampini).

Il Natale ha una speciale fiaba di quegli allegroni dei Fratelli Grimm: Frau Holle.



La storia inizia con un setting molto originale e mai sentito prima: una donna ha due figlie, una naturale e una figliastra frutto di un precedente matrimonio del marito. La figlia naturale e' brutta e pigra, mentre l'altra e' bella e laboriosa. La matrigna ordina alla figliastra bella di lavorare e tessere, ovvero - orrore massimo! - la fa vivere come un membro del proletariato. E ricordiamo la morale delle favole: non importa che tu sia buono o cattivo, bello o brutto, l'importante e' non essere POVERI che il lavoro fa schifo.

La figlia bella si mette cosi' a tessere seduta su un pozzo, finche' non le cade dentro l'arcolaio. Ora, direi che e' un'idiota, ma io la settimana scorsa ho versato dell'acqua sul mio MacBookAir uccidendolo per sempre, quindi non mi permetto di essere troppo critica. La matrigna cattiva obbliga la figliastra a buttarsi nel pozzo per riprenderlo e lei lo fa, perche' si sa, l'unica cosa peggiore dell'essere un membro del proletariato e' essere una giovane donna che si ribella a delle richieste sadiche e idiote. 

Nel pozzo la figlia bella scopre che c'e' un mondo intero, un po' stile Alice nel Paese delle Meraviglie ma senza Stregatto e senza quelle bottigliette del "bevimi" chiaramente piene di droga. La fanciulla si trova davanti ad un forno con dentro delle pagnotte che le chiedono di essere sfornate. Senza stupirsi per il fatto che le pagnotte parlino, la ragazza fa subito cio' che le viene chiesto, sempre per quella cosa di cui sopra che non sta bene dire no. Allo stesso modo, trova delle mele che le chiedono di essere colte e lei lo fa. Leggendo questi sviluppi della storia, ci si chiede se forse anche in questo caso la ragazza avesse trovato delle bottigliette con allucinogeni.



Poi la ragazza incontra Frau Holle, una sorta di strega dai denti affilati che le chiede di diventare la sua serva, perche' si sa, la serva e' l'unico lavoro che si addice alle ragazze per bene. Ovviamente la fanciulla dice "si" dal momento che e' l'unica cosa che sa fare. Tuttavia, un po' la capisco, perche' Frau Holle e' una sorta di divinita' nordica tipo Odino e Thor, che spadroneggia negli inferi e tutto sommato mi pare molto figa.

Frau Holle ha una casa con molti letti e nessun ospite, quindi e' un po' forever alone. Nonostante cio', chiede alla ragazza di sbattere tutti I giorni I piumini con cura. Nello sbattere I piumini, le piume che cadono diventano neve (e qui io sono confusissima: ma se stavano sottoterra nel pozzo, da dove arriva la neve?). Ad ogni modo, la prossima volta che vi lamentate del fatto che non ci sia piu' la neve di una volta prendetevela con I piumini sintetici IKEA.



Ad un certo momento succede una cosa incredibile nella fiaba: la ragazza scopre di avere una volonta' sua e dice qualcosa che non sia "si": spiega a Frau Holle di aver nostalgia di casa. Infatti, chi non vorrebbe tornare da una matrigna che ti sfrutta e ti chiede di buttarti nel pozzo? Frau Holle accontenta la ragazza e la fa tornare coperta d'oro, e da quel momento ogni volta che apre bocca produce oro (e noi tutti che pensavamo che cio' che ci impediva di limonare alle medie fosse l'apparecchio fisso).

Visto cio', la matrigna si ingelosisce e decide di buttare nel pozzo pure la figlia brutta e pigra perche' anche lei sia coperta d'oro. La figlia salta nel pozzo sempre per quella cosa che non si dice mai di no, ma poi si rifiuta di ascoltare le pagnotte e le mele. Quindi prima lezione: quando in preda alle allucinazioni della droga degli oggetti inanimati di dicono di fare qualcosa, tu fallo. Poi arriva da Frau Holle e inizia a lavorare, ma e' pigra. E qui la seconda lezione: se hai la sfiga di essere donna, almeno cerca di essere una buona sguattera. Frau Holle cosi' la licenzia e come trattamento di fine rapporto la manda a casa coperta di pece. In piu', ogni volta che apre bocca esce un rospo (e mi auguro almeno fosse un principe, o meglio, fosse allucinogeno se leccato).

Frau Holle ricompare nel periodo di Natale per l'avvento, che e' molto sentito in Germania e celebrato con candele e decorazioni. Nella deliziosa cittadina di Hattingen, un edificio e' decorato come un immenso calendario dell'avvento, e Frau Holle ogni giorno alle cinque esce ad aprire una casellina. 



Poi racconta la storia e canta mentre intorno c'e' gelo e freddo e neve, e I bambini stanno tutti li ad ascoltarla per un tempo interminabile congelandosi i nasini. Infine Frau Holle, che vedete nella foto qui sotto mentre esce dalla finestra, sbatte un piumino da cui scendono dei brillantini bianchi e anche delle monete di cioccolato. I bambini si ammassano, alcuni riescono ad afferrare le monetine in mano, mentre altri se le prendono in faccia producendo un TONF! vigorosissimo.



Ma sono tutti contenti: pure quelli con il bozzo in testa hanno imparato che la vita a Mordor e' tanto dura, e non piangono, perche' le storie a cui sono abituati gli ha insegnato ad essere dei piccoli Vichinghi. Mentre noi, con I nostri film Disney, siamo una massa di piagnoni freddolosi che Frau Holle ricoprirebbe di pece. 

Buon Natale a tutti, e speriamo che anche quest'anno nessuno vi lanci in un pozzo.

(Materiale per il post preso da Wikipedia e da un sito a caso, oltre da quel pochissimo che ho capito da sola) 




martedì 5 dicembre 2017

L'Italiano all'Estero e l'Italiano in Italia: un'analisi sociologica

Ho passato, ridendo e scherzando, sette anni all'estero, piu' qualche Erasmus vario, collezionando Francia, Giappone, Belgio, Stati Uniti e Germania. Di conseguenza ho conosciuto molti Italiani all'estero. E, va da se, molti Italiani in Italia, specie quelli che incontro ogni volta che torno per vacanze di Natale e simili. 

Dato il mio amore per le scienze sociali, ho deciso di creare una classificazione degli Italiani basandomi esclusivamente sulle mie osservazioni da neurone in fuga (e' quindi altamente scientifico). Gli Italiani sono qui divisi in due categorie: quelli in patria e quelli all'estero (che saranno sempre di piu' mi sa se vince Berlusconi e Salvini). Le due categorie sono suddivise ulteriormente tra gente a cui l'Italia piace e gente a cui l'Italia fa schifo (anche questa categoria aumentera' in modo esponenziale se le condizioni di cui sopra).

Facendo un sofisticato grafico, la situazione e':



Le quattro categorie che ho individuato sono:

1) La Pollyanna dell'era Ryanair: codesto soggetto vive all'estero e ne e' felice da impazzire. Non perde occasione per farti parte della sua storia di felicita', che inevitabilmente va cosi': era miserabile in Italia, perche' nessuno riconosceva la sua intelligenza, il suo valore, e tutti gli dicevano che puzzava; e' emigrato con una sola valigia di cartone e la carta di credito di papa' e pouf! Ora e' perfettamente realizzato.

Ora, puo' darsi che Pollyanna sia manager alle Nazioni Unite, oppure che ispezioni il didietro delle mucche in Australia, ma in entrambi i casi non fa altro che decantare il posto in cui vive: "Ah, ma guarda qui in Culonia come vanno i treni, manco in Italia quando c'era lui!" "Ah ma guarda in Italia fa sempre freddo, invece Vaffanculandia e' caldissima" "Ah ma guarda a Busodiculand i bambini a scuola imparano le tabelline a due anni, invece in Italia tutti analfabeti fino a 50" e cosi' via.

I soggetti piu' gravi fingono di aver dimenticato l'Italiano e/o ostentano un fastidiosissimo finto accento di Culonia, si vestono in modi improbabili tipo sandali con le calze o kimono giapponese in piena appropriazione culturale, oppure si appiccicano bandiere di Vaffanculandia anche sulle mutande.

2) L'ET degli expat : Esattamente come il celebre alieno dei film, il soggetto non desidera altro che telefonare a casa e possibilmente andarci. Vive all'estero ma chiaramente ci e' stato deportato a forza dopo esser stato messo bendato su un camion perche' perdesse la strada. Gli manca qualsiasi cosa dell'Italia: il cibo la mamma la nonna il gatto il cane. In certi casi piu' gravi, pure il degrado o l'illegalita' o la politica (gulp! E ora con Trump hanno quasi ragione).

Ripete infatti di continuo frasi come "Ah ma qui le strade sono costruite male" "ah ma qui non c'e' il concetto di amicizia e famiglia" o "ah ma qui sono tutti cosi' freddi, non come mio zio Gaetano che gira sempre con la lupara". Va da se che non fa altro che uscire in immensi gruppi di Italiani e quando ti individuano ti guardano con la bramosia di un tossico alla stazione che vuole spicci: "sei italiana? Sentiamoci eh, vediamoci eh, organizziamo qualcosa tra noi eh". Parla di solito le lingue straniere con la stessa abilita' dell'Italiano a Malta e fa un punto d'onore il mettere sempre delle parole italiane in ogni frase.

I casi piu' gravi girano vestiti come degli stereotipi viventi, perche' ogni piu' piccolo dettaglio deve ricordare al mondo che sono Italiani. Passano il tempo ad organizzare spaghettate, visione di film dei fratelli Vanzina, e spedizioni disperate di ore di macchina per procurarsi "l'olio buono, non la schifezza che hanno qui". Magari hanno vissuto dieci anni a Culandia o Vaffanculandia, ma non conoscono nessuno, non hanno mai assaggiato nessun cibo e non sono mai andati da nessuna parte, che la domenica la devono passare su Skype con la mamma.

Il motivo per cui non rientrino in Italia e' di solito non pervenuto, anche se sono a detta loro sempre in procinto di andarsene. 

3) La Dolce Vita Il soggetto vive in Italia e fa bene a farlo, perche' l'adora. Per lui non c'e' nulla di meglio del sole, del cibo, e della lingua italiana. In vacanza arriva al massimo in Sardegna, e va da se' che qualsiasi cosa venga dall'estero sia visto con sospetto in un regime di vaga autarchia. Dice spesso frasi come "Perche' mangiarci il sushi che c'e' il pesce nostro tanto buono?" "Perche' guardarci un film di Spielberg che c'e' De Sica nostro tanto bravo?" "Perche' impararci l'Inglese che la lingua nostra e' tanto bella?" e cosi' via.

Questo soggetto, di solito innocuo, va evitato come la peste dagli italiani all'estero che tornano per le vacanze. Infatti, il soggetto non riesce a concepire che qualcuno se ne vada. Lui, che e' fiero di non aver neanche mai pensato a farsi un passaporto, vive quasi come un'offesa personale che qualcuno abbia rinunciato alla bella Dolce Vita per qualcosa di stupido come studio o lavoro. Riesce a spiegarselo solo immaginandosi che l'espatriato provi una grande sofferenza, e aumentare questa sofferenza non fa che dargli gioia.

Cosi', quando incontra il figlio del vicino tornato dall'Erasmus, assume una faccia scura e dice a voce bassa, come quando si fanno le condoglianze: "Ma la', come fai senza bidet?" trovando appropriato parlare in luogo pubblico di igiene intima con persone semi sconosciute. I casi piu' gravi si nutrono quasi interamente di stereotipi, che vanno da "Gli Arabi puzzano" a "Gli Inglesi puzzano" a "I Giapponesi ce l'hanno piccolo". Non hanno mai incontrato un Arabo, un Inglese, un Giapponese, ma non ne hanno bisogno: non sono Italiani, e gia' questa e' una colpa orribile. 

4) Il Tu vuo' fa' l'Americano questo soggetto vive in Italia perche' probabilmente gli hanno inserito nella caviglia un microchip che lo fa esplodere quando si avvicina ad una frontiera. Altrimenti, fosse per lui, espatrierebbe subito. Costui infatti detesta l'Italia, e si sente personalmente vittima di un sistema sbagliato: non trova lavoro, non trova la donna, non trova un'auto che costi poco, e pure sta iniziando a perdere i capelli.

Per costui andare all'estero risolverebbe tutti i problemi, ed e' quindi un convinto esterofilo. Anche se pure lui non e' mai andato oltre Lugano, e' convintissimo di molte cose "Eh ma io qui sono senza lavoro e ho la terza media, ma in Culonia sarei laureato e farei l'imperatore del mondo " Eh ma io qui sono single da vent'anni e vivo con la mamma, ma a Vaffanculandia tutte le donne farebbero la fila tipo numerino della Coop per avermi" "Eh ma io qui posso permettermi solo patate e tonno Rio Mare, ma a Busodiculand mi tirerebbero dietro i soldi che manco Craxi"

Anche questo soggetto e' molto pericoloso per l'expat che torna a Natale. Infatti, lui prova una sorta di livore per chiunque sia andato all'estero che deve esprimere in modo passivo-aggressivo. La sua gelosia esce sotto forma di cattiveria "Ah, hai preso un dottorato in Culandia... vabbe' ma solo perche' li ci sono piu' possibilita', anche io l'avrei se fossi in Culonia" "Ah hai fatto un sacco di soldi, ma certo, come si fa a non diventare ricchissimi a Vaffanculandia?" I casi piu' gravi fanno sentire gli expat personalmente colpevoli per essersene andati verso una vita migliore all'estero, lasciando lui e il suo microchip che gli impedisce di espatriare in Italia.

Le quattro categorie, sempre secondo il sofisticato grafico, si situano cosi:



E dove stai tu, Giupy? Sento chiedere ai miei lettori.
Io sono Giorgio Gaber nel "Non mi sento Italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono". Ovvero, sono molto ambigua.

Spieghiamoci meglio: io adoro parlare male del posto dove sto (come avrete intuito dai miei blog), e anche lamentarmi tantissimo dell'Italia. Pero', nel mio mondo, solo io posso lamentarmi.

Io torno in Italia in vacanza e racconto tutte le storie dei Tedeschi che non ce la fanno, del fatto che si mangiano solo patate e che si mettono le calze di spugna. Quando una persona osa dire "ah si, i Tedeschi sono grassottelli", io divento una bestia. "COSA?!? Come ti permetti di insultare il mio popolo di adozione che tanto gentilmente mi ha accolta?"
Nella mia logica, solo io posso insultare i Tedeschi perche' ci vivo assieme

Allo stesso modo, io passo la mia vita all'estero a dire quanto l'Italia sia arretrata, maschilista, nepotista, sporca, di quanto le persone siano mammone, immature, pesanti, incapaci di votare in modo sensato, ossessionati dalla pasta. Pero' se un collega tedesco osa dire "Eh si, e poi Eros Ramazzotti fa proprio cagare" io mi incendio "COSA?!? Come osi criticare la mia madrepatria, culla di civilta' e cultura, patria dolcissima ed amatissima?"
Nella mia logica, solo io posso criticare l'Italia perche' da li ci vengo

Quindi nel mio sofisticato schema sono qui:



E si, a volte e' dura essermi amico. Pero' sono molto brava ad inventare categorie sociali

(Ps: le categorie sono al maschile per seguire le norme del patriarcato, ma possono essere benissimo applicate anche alle donne)

sabato 25 novembre 2017

La caccia alle streghe

I puritani seguivano la Bibbia alla lettera. Passavano la vita a leggere versi e a chiedersi come compiacere dio: smettere di fare sesso? Di bere alcol? Di permettere ai propri figli di giocare? I Puritani adoravano darsi delle regole e odiavano divertirsi.

L'Europa del 1600, malgrado le pestilenze la poverta' e le fake news, era un posto comunque troppo allegro per i Puritani. Cosi', i Puritani salparono verso il Nuovo Mondo, al tempo ancora una colonia Inglese, convinti di poter trovare uno spazio dove poter essere fanatici finche' volevano e poter passare tutto il giorno a parlare di dio, senza dover avere a che fare con quei debosciati dei nostri bisavoli che sorridevano troppo spesso e non si mettevano delle cuffiette bianche in testa. 


La scoperta dell'America, in questo senso, e' stata una vera benedizione: se questi non se ne fossero mai andati, ora avremmo almeno il doppio di Mario Adinolfi e Costanza Miriano in giro.

A Salem i Puritani erano fondamentalisti finche' volevano, ma non se la passavano proprio sempre benissimo. Benche' ancora non ci fosse Trump, le donne tendevano a sposarsi a diciotto anni, fare una dozzina di figli di cui ne sopravvivevano si e no due; vivevano nelle case gelide che non proteggevano neanche un po' dal vento del New England; passavano le proprie serate a guardarsi nelle palle degli occhi perche' non esisteva la TV e loro si erano proibiti tutte le cose divertenti. Periodicamente venivano mazzati dai Nativi, che erano poi i legittimi proprietari di quelle terre, e che reagivano come piu' o meno ci si aspetta (e si spera) dai centri sociali davanti ad un'invasione di Sentinelle in Piedi e Casa Pound assieme.


Betty e Abigail erano due bambine di Salem. Per ingannare il tempo mentre aspettavano di morire di difterite o di parto, si facevano raccontare delle storie dall'unica persona interessante di tutto il villaggio, una schiava Nativa Americana che leggeva altro oltre che la Bibbia e che era passata per le Barbados a bere Mojito.

Le due bambine iniziarono a comportarsi in modo strano. Facevano cose come cadere in trance, urlare, mettersi a letto in modo catatonico, avere delle crisi piu' o meno epilettiche. Quando i genitori dopo una settimana si accorsero che non erano ancora morte come ci si aspetta da bambini di quell'eta' del New England del 1600, decisero di chiamare un medico.

La medicina non era il pezzo forte di Salem. I medici avevano probabilmente studiato all'Universita' della Vita e sapevano di medicina piu' o meno quanto google oggi. Avevano tutta una serie di credenza, come per esempio mettersi del muschio che cresceva sopra i cadaveri nel naso al posto del Fluimucil per la sinusite. Non c'e' nulla che mi renda felice quanto non essere una Puritana a Salem nel 1600.

Dopo aver attaccato sanguisughe e fatto strisciare lumache sulle bambine, il medico si dichiaro' sconfitto.
Non potendo dare la colpa ai vaccini, decise di fare cio' che trovava piu' sensato: dichiarare che la malattia fosse causata dalle streghe.
E, come tutti gli antivaccinisti che si rispettano, decise di incolpare l'immigrata di turno, la schiava Nativa nera che curava le bambine.

Le ragazzine di Salem capirono presto di avere tra le mani l'occasione della loro vita. Presero ad andare nei boschi a ballare e cantare, a spogliarsi e ridere a crepapelle, a baciarsi tra loro e a baciare chi gli capitava a tiro, a fare ogni cosa stupida gli passasse per la testa. Fingendo di essere vittime di stregoneria, potevano essere libere.

La citta' di Salem si spavento' davanti a quest'isteria collettiva. Le ragazzine inquietavano molto gli abitanti di Salem, che odiavano chiunque si divertisse e per cui anche il Bingo era una grande trasgressione. Si inizio' a chiedersi chi fossero le streghe che -Magia! -spingevano delle adolescenti a comportarsi come delle adolescenti. 

Le ragazzine erano pur sempre figlie di antivaccinisti. Cosi', messe alle strette, invece di dire la verita', si misero a snocciolare nomi di gente a caso che venne accusata di stregoneria. Puntarono il dito verso le donne anziane, le homeless, verso le prostitute e le ragazze con il velo, verso le straniere e le nere e quelle che non erano belle abbastanza.


La citta' di Salem si trovo' subito d'accordo: chiaramente erano le donne strane, quelle che non si tatuavano la Bibbia addosso, che dovevano essere streghe. Invece di dare alle ragazzine possedute un paio di schiaffi e una copia di "Cioe'", gli diedero retta e iniziarono la Caccia alle Streghe.

Per i processi chiamarono una sorta di Matteo Salvini dell'epoca, Cotton Mather, figlio di Increase Mather. Ovvero, un uomo di nome COTONE il cui padre si chiamava AUMENTO. Cotone era andato ad Harvard, dove Aumento era rettore, e aveva studiato medicina. Oltre ad aver imparato ad acchiappare le lumache si era convinto dell'importanza di uccidere le streghe e cosi' fece. Ho visitato Harvard, ma sembra che l'universita' si sia dimenticata di mettere Cotone tra gli studenti illustri. 


Piu' di duecento persone furono processate a Salem. Donne, uomini, bambini, e perfino cani erano accusati di aver fatto venir voglia  qualche ragazzina in preda agli ormoni di ballare la taranta. Le domande dei processi erano praticamente un gioco psicologico: "sei sicura di non essere quella che non e' stata coinvolta nella stregoneria?". Le uniche prove che servivano era che qualcuno sostenesse di aver visto uno spirito, praticamente Vanna Marchi avrebbe mandato in galera chiunque. 

La maggior parte della gente confesso' di essere una strega, diciannove persone furono impiccate, cinque morirono in carcere, e uno venne schiacciato a morte, una pratica di cui NON voglio sapere nulla. Furono uccisi anche due cani. Un uomo venne identificato con il demonio in persona. 
Nel giro che ho fatto al museo di Salem, la guida ci ha tenuto a dire che nessuno e' in realta' stato bruciato, a prova della grande tolleranza di Cotone e dei suoi amici. 



Ad un certo momento, la citta' di Salem si accorse di aver scazzato alla grande. Le ragazzine isteriche avevano solo bisogno di un vibratore, un bicchiere di vino, e accesso a Internet. Le streghe e gli stregoni non avevano nulla a che vedere con l'isteria, i tagli alla sanita', l'aumento dei furti e degli stupri, il terrorismo, e la ricomparsa in politica di Silvio Berlusconi. Cotone decise di smettere discretamente di uccidere la gente, e gli abitanti di Salem smisero di parlare delle streghe fingendo che nulla fosse successo. D'altronde, che saranno mai venticinque morti quando ogni inverno ne schioppano cento solo di fame e geloni?

Che e' successo dopo? Niente, i Puritani e i loro amici hanno deciso di protestare la tassa sul te, hanno dichiarato indipendenza dall'Inghilterra, finito di sterminare i Nativi e continuato a celebrare l'averlo fatto con il Thanksgiving, e poi hanno votato Trump.

Salem e' oggi una citta' piena di negozi neopagani, lettrici di tarocchi, caffe' organici. Ha un triste memoriale delle vittime della caccia alle streghe, un paio di cimiteri molto grigi, e una fama ventennale dovuta ai film di Hollywood. 




Nel museo di Salem una targhetta ricorda che la caccia alle streghe esiste ancora oggi, in forma di razzismo, islamofobia, antisemitismo, omofobia, bullismo. Forse ci piace pensare che le streghe esistano, perche' cosi' abbiamo sempre qualcuno a cui dare la colpa di quello che non ci piace, invece di trovare la soluzione ai nostri problemi.


La Salem LGBTQ e BLM che ci piace




(Quello che ho scritto qui viene dalla mia recente visita a Boston e Salem, da questo articolo, e dalla mia fervida fantasia) 

giovedì 16 novembre 2017

Un Treno Chiamato...

Sede centrale DB (Treniccrucchen), ex Berlino Est.

La commissione e' riunita intorno ad un tavolo, bevendo della zuppa accompagnata da pane nero e caffe'. Fuori dalle grandi vetrate si vede un cielo attraversato da qualche nuvola, grigio come la moquette della sala. E le pareti. E l'intero palazzo. E anche la faccia di qualcuno dei partecipanti.

Herr Doktor Frank si mette a tossire per attirare l'attenzione dei presenti. Indossa un panciotto di tweed e un paio di sandali con le calze bianche di spugna. I presenti sono tutti vestiti come lui, ma Herr Doktor Frank e' l'unico ad avere dei prominenti baffi bianchi che nascondono, almeno parzialmente, le guance rubizze. L'unica ad essere vestita in modo diverso e' Frau Doktor Schmidt, la sola donna. Al posto del panciotto, porta un due pezzi di tweed. 

"Cari colleghi" inizia Herr Doktor Frank "Penvenuti e Danke di essere qui"
Tutti i presenti battono il pugno sul tavolo per applaudire. Tranne Herr Doktor Kern che ha le palpebre abbassate e russa leggermente, e ha la faccia piu' grigia di tutti gli altri. 

"Siamo qui riuniti" continua Herr Frank schiarendosi la gola "Per prendere una importante decisione. Vorrei ora dare la parola agli esimi storici Herr Professor Wasserbaum e Herr Professor Knoßel

Herr Professor Wasserbaum si alza, attento a non urtare il tavolo con la pancia, e decreta:
"Per continuare l'illustre tradizione di dare nome a treni, io propongo di chiamare il nuovo ICE Ludwig van Beethoven"

I presenti mormorano senza cambiare l'espressione facciale. Non c'e' modo di capire se sia assenso o dissenso.

Herr Professor Knoßel si alza a sua volta, tirando un po' su con il naso
"Se posso, Herr Professor Wasserbaum, Beethoven e' un crande personaggio della storia tedesca, ma abbiamo bisogno di qualcuno di piu' spessore, piu' intellettuale. Propongo Georg Wilhem Friederich Hegel"

L'affermazione e' seguita dallo stesso mormorio indecifrabile della precedente. 

"Cosa ne pensa la commissione di Hegel?" chiede infine Herr Frank

"Se posso" interrompe Frau Doktor Schmidt, aggiustandosi i capelli bianchi "Noi abbiamo 452 ICE in Cermania e tutti hanno nomi di uomo. Non si potrebbe dare un nome di donna?"

Il mormorio che segue questa volta, per quanto indecifrabile, pare piu' orientato al dissenso

"Donna?" chiede Herr Doktor Frank, come se ascoltasse la parola per la prima volta in vita "Ma quale donna ha mai avuto importanza nella storia di Cermania? Certo, le donne sono state molto utili, ma a casa, a cucinare bratwurst e crescere fieri figli di Cermania"

"Se mi permetto" dice Frau Doktor Schmidt "C'e' un'importante, importantissima figura femminile in Cermania..."

Herr Professor Wasserbaum e Herr Professor Knoßel si guardano negli occhi, e per la prima volta dall'inizio della riunione un lampo di vitalita' gli attraversa il volto. In coro esclamano "Anna Frank!"

Il mormorio e' decisamente di approvazione, tanto che anche Herr Doktor Kern si sveglia e prende a battere il pugno sul tavolo.

"Pene, pene, ottima idea" dice Herr Doktor Frank, pronto ad invitare i presenti ad andare a bere una birra.

Solo una mano interrompe l'esodo verso il kneipe in fondo alla strada. Un ragazzo biondo, magro, cosi' pallido da confondersi con il bianco del tavolo, con grandi occhiali rotondi. Invitato probabilmene per abbassare drasticamente l'eta' media. 

"Si, Herr Winzel?" chiede Herr Doktor Frank lievemente seccato. La sua seccatura e' evidente dal suo sottolineare con il tono della voce il fatto che Winzel non ha nessun "Doktor" nel titolo.

"Centili colleghi" dice Herr Winzel, incerto. Il suo disagio probabilmente deriva dal fatto di indossare un tweed dai colori troppo accesi, ocra e verde marcio. "So che io sono solo un assistente, e che ancora non sono Doktor ma... sapete dove e' morta Anna Frank?"

I presenti mormorano, tossicchiano, si guardano in giro, e, ben attenti a non lasciar trapelare nessuna emozione dal viso, borbottano tra i denti "Polon... Cermania. In campo...quel campo"

"Appunto, centili colleghi" continua Herr Winzel, aquistando un po' di coraggio ma non di colore in viso "Non voglio sembrare impertinence, ma come ci e' arrivata fin li?"

Il mormorio continua piu' sommesso, svariati occhi chiari si fissano sulle punte delle calze che escono dai sandali, Herr Doktor Kern finge di riaddormentarsi. Tra vari tossicchiamenti, i presenti finalmente ammettono "treno"

Herr Winzel si alza, e osa finalmente dire cio' che aveva in mente dall'inizio: "Vi sembra una buona idea chiamare 'Anna Frank' un treno, calcolando che sono questi treni nostri che l'hanno portata in campo di concentramento?"

Silenzio. Herr Doktor Frank sospira, e finalmente risponde: "Si, non ci vedo nessun problema"





Ed e' cosi' che una commissione di esperti, tra cui due storici, ha pensato che fosse una buona idea chiamare un treno tedesco "Anna Frank". Ovviamente non ho idea di come siano andate davvero le cose, ma mi piace pensare che sia proprio cosi'. 

Ora attendiamo un aereo che si chiami Undici Settembre. 




mercoledì 8 novembre 2017

Il nemico naturale

Ieri ero a pranzo con i miei colleghi Tedeschi e ho aperto il mio cuore dicendo che gli stereotipi che avevo sulla Germania non sono certo veri. Tranne quelli, ovviamente, che lo sono (guardo te, crucco con i sandali e le calze).


Come gia' ho spiegato, lo stereotipo che piu' ho sfatato e' quello dell'organizzazione tedesca. Che non funziona. O almeno, non funziona nella mia universita', e potrebbe essere perche' al posto degli amministrativi hanno assunto una squadra di Bradipi che ci mette tanta buona volonta' ma ha la lestezza dei miei studenti in America in 20 di Aprile (che e' il giorno in cui tutti si fanno le canne. Era divertente come battuta ma ora che mi ritrovo a doverla spiegare forse un po' meno).

Io e il Bradipo, direttamente da Zootopia.

Questi Bradipi sono tendenzialmente erbivori, ma hanno pero' un nemico naturale nel loro ecosistema: l'accademico. Ovvero io. Questa inimicizia non e' mai stata studiata nel dettaglio, ma i documentari che abbiamo ci suggeriscono che abbia la seguente causa: l'accademico si sente piu' intelligente perche' ha un dottorato, mentre il Bradipo si considera superiore perche', a differenza dello sfigato accademico precario, ha un indeterminato con pensione di giada e non deve mai elemosinare negli angoli delle conferenze degli spicci per fare ricerca.

(Dopo aver scritto questa frase, ho compreso che siamo noi accademici la specie inevitabilmente volta all'estinzione)

Per cui, ogni mattina un accademico si alza e sa che dovra' rincorrere un Bradipo. E lo prendera' subito, perche' e' molto lento, ma dovra' passare un tempo interminabile a convincerlo a prenotargli il volo per una conferenza, preparare l'aula per il workshop, e dargli i budget per il progetto.

I Bradipi sono animali molto resistenti, ma, purtroppo, hanno un tallone d'Achille: se non seguono la procedura burocratica, muoiono. I Bradipi qui nella mia universita', bisogna dirlo, sono animali creativi. Aggiungono spesso delle nuove postille alle procedure. Cosi' quando mi ritrovo a chiedere il rimborso per una conferenza c'e' sempre qualcosa da aggiungere: "Ma Giupy, mi devi dire esattamente che hai mangiato ogni pasto. Mi devi dire il chilometraggio esatto che hai percorso in treno. Mi devi far vedere l'estratto conto della carta di credito con cui hai pagato" (e li' sono sicura che prima o poi qualcuno mostrera' l'estratto conto dimenticandosi di oscurare la voce "dildo di Hello Kitty" sotto a "Registrazione conferenza")

Essendo le procedure importantissime e molto complicate, e poiche' i Bradipi riescono a fare una sola cosa alla volta, quando sono sotto pressione spesso sbagliano. 
E qui ho notato una cosa curiosa: non si prendono mai la responsabilita' di nulla. Anzi, come e' tipico dei marsupiali e dei cinquenni, quando sbagliano ti fanno notare qualcosa che hai sbagliato anche tu.


Per esempio:

Giupy: "Ciao Bradipo, grazie per avermi prenotato l'aula per la lezione, purtroppo pero' ho notato che hai sbagliato l'orario: e' lunedi' alle tre, non sabato a mezzanotte e mezza. Ma tranquillo, e' un errore che puo' capitare a tutti" (quattro anni in Colorado dove tutti sono sorridenti e gentili e sono diventata la regina delle ipocrite, la maestra dell'essere nice in modo fintissimo)

Bradipo: Eh, pero' tu non mi hai detto che in mezzo alla lezione facevi una pausa.

Giupy: Oh Bradipo, non sapevo che questa cosa fosse importante, ma potresti cambiare l'orario? Come ti ho scritto nella mail?

Bradipo: eh ma io ho tanto da lavorare Giupy, non posso leggere le tue mail. Comunque si, la procedura, dalla quale dipende la mia vita, ora prevede pure che tu mi dici se fai una pausa in mezzo alla lezione

Giupy: si, faro' una pausa. Pero' Bradipo, pure io lavoro molto, e proprio a dirla tutta leggere le mie mail sarebbe il tuo lavoro, quindi potresti cambiare l'orario della lezione?

Bradipo: e ma aspetta, non mi hai detto se hai intenzione di andare in bagno o no nella pausa della lezione. Ho appena cambiato la procedura e ora devo saperlo. Non puoi continuare a non dirmi queste cose, altrimenti io come faccio? Ora bisognera' rifare tutto da capo. 

Poi, ovviamente, l'orario della lezione restera' sbagliato.

Ed ecco, qui capisci l'arma segreta del Bradipo: io ho un dottorato, ma lui ha il potere di farmi sentire sempre l'ultima delle idiote. Ci sono poche cose in cui mi impegno come nelle procedure burocratiche, e non e' mai successo che tutto andasse liscio, neanche una volta.

Ora io non so se quest'atteggiamento di accusarti di qualcosa quando sbagliano e' una caratteristica di tutti i Tedeschi. Una mia amica che lavora con la Germania dice che spesso anche lei riscontra questa cosa fastidiosissima. Quindi se avete piu' esperienze crucche, vi prego di commentare e condividere.

Spero comunque che questa logica del "io sbaglio ma anche tu sbagli e sbagli di piu' e in piu' puzzi gne gne" non l'adottino tutti i Tedeschi. Senno' immaginarsi, il processo di Norimberga dev'essere stato proprio snervante. 

sabato 4 novembre 2017

Gli Omini Plissettati di Atene

L’inizio di Novembre è la stagione più angosciante a Mordor dove vivo io. E’ buio, freddo, grigio, i mercatini di Natale sono ancora lontani e nessuno è divertente abbastanza da girare vestito da Slutty Pumpkin. Sarebbe un momento duro, se non ci fossero le vacanze per festeggiare quel simpaticone di Martino Lutero che si e' messo a piantare chiodi e attacchare cose, e così io ho salutato la Germania con un magistrale #CIAONE e sono andata in Grecia.

Dove, per la cronaca, facevo colazione in terrazza con il giacchino leggero e l’acropoli davanti.

Il mio risveglio in Grecia vs il mio risveglio a Mordor, Germania

Atene è uno di quei posti dove fiorivano l’arte e la cultura mentre tutti gli altri nel mondo rincorrevano nudi le marmotte. Di conseguenza, nonostante sia un pochetto sgarrupata come succede nelle migliori città Italiane, letteralmente inciampi nei cocci di tremila anni fa nel camminare per strada. Della serie che nello scantinato buio e umido dell’università ci sono anfore che certi Americani ci farebbero un museo intorno con biglietto da 25 dollari e bandiere a stelle e strisce. Un po’ come a Como che sui resti romani ci si fanno I parcheggi.

E camminando ti ritrovi a dire: "oh, toh, un tempio"

Della Grecia ho visitato, ovviamente, l’acropoli e I resti degli antichi templi, le chiese Ortodosse (perché’ io sono un religious nerd) e ho avuto modo di vedere alcune meraviglie dell’Atene contemporanea, in particolare gli omini plissettati.

1)   Templi e altre cose vecchie vecchie.

Atene ha questi templi bellissimi e molto ben conservati, e il museo dell’Acropoli è sorprendentemente bello (cioè molto meno sgarrupato di ciò che ci si aspetterebbe da un paese dove pure I vigili girano in due sul motorino senza casco).

Ho scoperto che I Greci antichi erano molto più intelligenti di tutti gli altri, e oltre ad avere inventato la democrazia e la tragedia (e già qui permettetemi un MECOJONI di approvazione), avevano una serie di trovate geniali.

Qui e' nata la tragedia

Qui vicino (nell'Agora') e' nata la democrazia

Tipo, hanno inventato l’ostracismo, che funzionava così: quando un politico stava sulle balle a tutti perché’, che so, stava diventando un po’ un dittatore, faceva battute sessiste, negava il cambiamento climatico ed impediva ai Musulmani di ottenere dei visti, I cittadini ateniesi si radunavano e scrivevano il suo nome su dei cocci. A questo punto se si raggiungevano 6000 cocci veniva bannato dalla città.

Cocci per l'ostracismo

Avevano anche delle clessidre ad acqua che servivano a scandire la lunghezza dei discorsi, cosi la gente invece di parlarsi addosso doveva imparare ad essere stringata. Gli oratori più sboroni calibravano il tutto in modo da dire l’ultima parola con l’ultima goccia.

Clessidra


Oltre che molto intelligenti, I Greci antichi erano pure dei gran tamarri. Assieme al culto di Dioniso con vino ed orge (che, comunque, chapeau), avevano pure dei peculiari gusti nell’arredamento. Per esempio, le statue che ora vediamo bianche e sobrie, sono cosi perché’ all’aria si sono ossidate, ma in origine erano rosse e blu. C'era una statua di Atena di SEI METRI fatta di oro e avorio. Dalle statue si impara pure che i Persiani hanno distrutto l’Acropoli con addosso dei pantaloni da pagliaccio. Temibile.

La cosa triste è che ad una certa gli Inglesi hanno deciso che dovevano esporre un po’ di Grecia nei loro musei e si sono fregati fregi e statue. Prima di votare Brexit perché’ sia mai che i Greci gli rubino il lavoro eh.

2)   Le chiese ortodosse

Se duemila e cinquecento anni fa i Greci sapevano ricreare perfettamente le proporzioni dei corpi umani e renderle realistiche con muscoli, drappeggi e capelli, le loro doti artistiche sono, ehm, diciamo, un pochetto sfumate con l’arrivo del Cristianesimo.

Non è che le icone ortodosse non siano belle, per carità. Sono giusto belle a modo loro.

Se le capacità artistiche si sono inspiegabilmente perse con il passare del tempo, l’amore per la sobrietà è rimasto tale e quale. Infatti le icone tendono ad essere ricoperte d’argento e oro e le chiese di drappeggi che stonano un attimino con quanto siano tutte sgarrupate.

In mezzo a tutto l'argento notiamo delle faccine

Al dio ortodosso secondo me l'oro un po' piace

3)   La Grecia Moderna

Atene è una città che, nonostante il caos da traffico Romano e l’odore di smog che mi rimaneva sui capelli pure dopo la doccia, mi è molto piaciuta. A parte le colazioni vista Partenone che aiutano, ho apprezzato il fatto che le persone sembrino amichevoli e cordiali (con giusto quelle due o tre eccezioni dei taxisti che ti chiedono 20 euro per fare cinquanta metri, ovviamente).

In più, gli Ateniesi mi sono sembrati piuttosto simili agli Italiani. Tranne una particolare categoria, ovvero gli omini plissettati (termine che ho inventato io ma che spero presto diventi mainstream).

Ammiriamo le pieghe della gonna

Gli omini plissettati sono una particolare sezione dell’esercito (o forse della polizia) che sta di guardia al parlamento in piazza Syntagma. Per mostrare la propria virilità, oltre alla testa ben rasata e a imponenti baffi, essi indossano degli eleganti vestiti bianchi plissettati, con gonnella corta a pieghe e maniche a sbuffo. Come casacca hanno una specie di tappeto brutto, condito da un baschetto rosso e dei nastrini alle ginocchia. Il tutto accompagnato dalle calzamaglie bianche che neanche io al saggio di danza delle elementari e da delle babbucce con un pompon. Il vestito può anche essere in versione nera.

Terrò queste foto con me per sempre da mostrare quando qualcuno se ne esce con la teoria del gender e con il fatto che gli uomini devono vestirsi in modo consono alla propria mascolinità.

Davanti al parlamento due omini la domenica mattina fanno un cambio della guardia che se io fossi la Regina Elisabetta mi vergognerei come una ladra che le guardie British siano così scarse a confronto (oltre così, a farmi un esamino di coscienza per I fregi e le statue di cui sopra). Gli omini plissettati alzano braccia e gamba in coordinato, si mettono uno davanti all’altro su un piede solo, fino a far coincidere la pianta della babbuccia con il pon pon. E poi, in un gioco di equilibri, tendono la punta del piede che sempre manco io a danza classica.

I balletti degli omini plissettati

Gli stessi omini plissettati fanno anche l’abbassa bandiera all’Acropoli. Ho notato molte bandiere greche ovunque ad Atene, cosa che antropologicamente parlando azzardo essere una compensazione del fatto di avere il pene piccolo. Questa teoria l’ho elaborata negli USA dove I pick-up e le armi e le bandiere non possono che essere una compensazione fallica. Oltretutto in Grecia ci sono ovunque statuette di satiri con erezioni e portachiavi a forma di pene, oltre alle succitate bandiere. Gli omini plissettati marciano felici fino all’Acropoli ondeggiando le loro braccia e facendo delle coreografie con il fucile che neanche Hillary nel cartone della ginnastica ritmica. Arrivati, uno abbassa la bandiera in un tempo veramente breve se paragonato a tutta l’attesa.

L'abbassabandiera all'acropoli

Quindi ecco, sono molto felice di essere stata ad Atene ed avere imparato tutte queste cose sulla Grecia. Oltre al fatto che sono ormai dipendente dal loro caffè (che poi sarebbe turco, ma PERDIO NON NOMINIAMO MAI I TURCHI MI RACCOMANDO IN GRECIA) e nonostante ne abbia presi 300 grammi, dovrò presto tornare a comprarne una nuova scorta.



(Se siete arrivati fin qui, adorati lettori, sappiate che ho deciso di fare uno strappo all’anonimità di questo blog sui social e se volete guardarvi le mie foto di viaggi e di Mordor mi trovate su Instagram)